L’Isis scatena la guerra totale: dopo Tunisi tocca allo Yemen. Decine i morti

Gravissimi attentati dinamitardi sono stati compiuti venerdì mattina in due moschee sciite di Sana’a da due terroristi suicidi che si sono fatti saltare in aria. Lo riferisce la televisione panaraba Al Jazira. Secondo alcune testimonianze, i due terroristi si sono fatti saltare in aria all’esterno delle moschee, nel centro della capitale yemenita. I due luoghi di culto sono frequentati da dirigenti e sostenitori degli Huthi, i ribelli sciiti che dal settembre scorso controllano Sana’a e che in gennaio hanno sciolto parlamento e governo. Gli Huthi, come le forze armate regolari, sono presi di mira in attacchi e attentati compiuti dal al Qaida nello Yemen, che gli Usa considerano la branca più pericolosa della rete terroristica a livello planetario. Il doppio attentato è stato compiuto all’indomani di scontri a Aden, nel Sud del Paese, tra truppe fedeli rispettivamente al presidente Abed Rabbo Mansur Hadi e al suo predecessore Ali Abdullah Saleh. Hadi si è rifugiato a Aden, la ex capitale dello Yemen del Sud, nel febbraio scorso, dopo essere fuggito da Sana’a, dove gli Huthi lo tenevano agli arresti domiciliari. Sale di minuto in minuto e vertiginosamente il bilancio delle vittime degli attacchi alle due moschee in Yemen. Secondo fonti delle autorità locali citate dal corrispondente della Cnn il numero delle vittime è arrivato ad almeno 137. Circa 300 i feriti. L’Isis ha rivendicato gli attacchi: lo afferma il sito Site Intelligence Group, che monitora l’attività dei jihadisti online.

Lo Yemen va verso la disintegrazione?

Giovedì Aden, l’ex capitale dello Yemen del Sud fino alla riunificazione del Paese nel 1990, è diventata un campo di battaglia tra forze fedeli al presidente e l’ex capo dello Stato. Hadi, che il mese scorso era fuggito da Sana’a ormai sotto il controllo degli Huthi, ha dovuto lasciare anche il palazzo presidenziale di Aden, preso di mira da tre raid aerei che però hanno mancato il bersaglio. Nei combattimenti vi sono stati almeno 13 morti, secondo la televisione panaraba Al Jazira. Gli scontri erano cominciati poco prima dell’alba, quando forze speciali della polizia al comando del generale Abdul-Hafez al Saqqaf, schierato con l’ex presidente Saleh, hanno cercato di conquistare l’aeroporto, con l’intento di isolare Hadi, che in questa città portuale nel Sud del Paese ha un forte sostegno. In soccorso delle forze lealiste è sopraggiunta una colonna di carri armati e mezzi blindati comandati dal ministro della Difesa di Hadi, il generale Mahmud al Subaihi. Dopo ore di combattimenti, i governativi sono riusciti a riprendere il controllo dello scalo. Non prima però che un centinaio di passeggeri imbarcati su un aereo della compagnia nazionale Yemenia in partenza per il Cairo, tra i quali un reporter dell’agenzia Ap, fossero costretti in tutta fretta a scendere a terra e rifugiarsi nel terminal. Dopo aver respinto le forze ribelli, i militari fedeli a Hadi hanno bombardato e dato l’assalto al comando della polizia da cui provenivano i sostenitori di Saleh e l’hanno conquistato. I combattimenti si sono estesi nel pomeriggio ad altre aree della città, con l’uso anche di artiglieria. Le forze lealiste si sono schierate a protezione degli edifici governativi e dei grandi alberghi, mentre i miliziani di Saleh conquistavano la sede del municipio. Gli aerei che hanno cercato di colpire il palazzo presidenziale, secondo alcuni testimoni, provenivano da una base area vicino a Sana’a sotto il controllo degli Huthi. I ribelli sciiti, che lo scorso settembre si sono impadroniti della capitale, hanno sciolto in gennaio il Parlamento e il governo e hanno posto Hadi agli arresti domiciliari. Il presidente riconosciuto dalla comunità internazionale, tuttavia, è fuggito il 21 febbraio, riparando ad Aden, mentre aumentano i timori di una disintegrazione del Paese. L’ex presidente Saleh, deposto nel 2012 dopo un anno di proteste e scontri tra le varie fazioni tribali e militari, si è alleato con gli Huthi, mentre nel Sud del Paese Al Qaida nello Yemen, che si ispira agli insegnamenti tradizionali sunniti, ha aumentato i suoi attacchi contro le forze armate e gli stessi Huthi.

E gli Usa perdono le tracce di armi inviate in Yemen

Lo Yemen è uno dei Paesi più poveri del mondo, ma le armi non mancano mai. Il Pentagono – si è saputo pochi giorni fa – ha perso le tracce di 500 milioni di dollari di armi e altre attrezzature militari consegnate allo Yemen: lo riporta il Washington Post citando funzionari statunitensi. Ora il timore è che le scorte, che comprendono per esempio M-16, munizioni e veicoli militari Humvee, potrebbero essere finite nelle mani di Al Qaeda. La situazione nel Paese è peggiorata da quando gli Usa hanno chiuso l’ambasciata a Sana’a il mese scorso, e hanno ritirato molti dei consiglieri militari nel Paese. Nelle ultime settimane, i membri del Congresso si sono incontrati a porte chiuse con i funzionari militari americani facendo pressione per un rendiconto di armi e attrezzature. «Dobbiamo pensare che la situazione sia completamente compromessa», ha detto un funzionario di Capitol Hill. Mentre dal Pentagono fanno sapere – a condizione di anonimato – come non ci sono prove concrete che le armi o le attrezzature americane siano state saccheggiate, ma hanno ammesso che se ne sono perse le tracce. Di conseguenza, il Dipartimento della Difesa ha bloccato le spedizioni in Yemen di circa 125 milioni di dollari di attrezzature militari che dovevano essere consegnate quest’anno.