Westminster chiude nel segno del “fair play”: che differenza con Montecitorio

David Cameron chiude la legislatura con una proposta forte. Nell’ultimo question time prima del voto del 7 maggio, proprio all’inizio di una mezz’ora intensissima di domande e risposte sotto gli occhi della moglie Samantha e dei due figli piccoli venuti apposta a vederlo dalle tribune della Camera dei Comuni, il primo ministro annuncia che se vincerà le elezioni non aumenterà l’Iva. Una promessa che non potrà non pesare sulla campagna elettorale. Da giovedì Westminster chiude i battenti. E da lunedì parte una campagna elettorale verso un esito tutt’altro che scontato. L’ultimo sondaggio dà Conservatori e Laburisti in parità assoluta, entrambi al 35%, mentre perde ben tre punti l’Ukip di Nigel Farage, che col 10% conserva la terza posizione ed è seguito dai Libdem (all’8%) di Nick Clegg, attuale vicepremier, il cui partito rischia seriamente di non tornare in Parlamento. Su tutto pesa l’incognita dell’Snp scozzese. Il partito nazionalista scozzese che è convinto di poter essere l’ago della bilancia e, con l’ex leader Alex Salmond, annuncia che bloccherà un eventuale governo di minoranza guidato dai conservatori del premier Cameron. Mettendo in grave imbarazzo i laburisti di Ed Miliband, che devono affrettarsi a precisare, in aula prima e con i giornalisti in tribuna dopo, che puntano a una maggioranza autonoma, senza i separatisti.

Da Westminster ora la politica si trasferisce nelle piazze

E più che un dibattito parlamentare, l’ultimo question time di Cameron sembra un talk show televisivo vero e proprio, pieno di tensione, battute e contestazioni: niente a che vedere con il question time del mercoledì a Montecitorio, dove nulla è spontaneo e tutto è scritto dal giorno prima. Al battere del mezzogiorno del Big Ben, l’Aula è gremita dei deputati che hanno un modo tutto loro di partecipare. A Westminster non si applaude, ma si urla “Yeah” o “Noooh”, sì o no. E per manifestare apprezzamento ad un oratore ci si alza silenziosamente in piedi quando ha finito. In quest’aula senza commessi (qui niente risse; nessuno supera le strisce rosse tracciate davanti ai banchi, che segnano la lunghezza di due spade e due braccia), da cui i deputati escono solo dopo aver fatto un inchino alla presidenza, per mezz’ora Cameron affiancato dai ministri con cui aveva brindato, poco prima, a Downing Street, risponde appoggiandosi al “dispatch box” senza fogli e senza appunti a una raffica infinita di domande dirette, che arrivano dal leader dell’opposizione (e lì scatta il gustoso botta e risposta) ma anche da deputati non di primo piano che vanno, appunto, dall’Iva ai posti di lavoro, dal sangue infetto ai problemi nelle stazioni della metropolitana. Quando si alzano i toni non suona la campanella: basta che lo speaker (il presidente dell’Assemblea) dica “Order!”, ordine, perchè il silenzio ritorni in un’aula che potrebbe essere facilmente confusa con uno studio televisivo per le battute e lo humour (un laburista dà del “pollo” al premier, che ribatte chiamandolo “anatra”). Ora Westminster chiude. Da giovedì nel Regno Unito la politica si fa nelle piazze, nei comizi e negli studi televisivi.