GB verso il voto: è Farage l’incubo elettorale del premier Cameron

La metafora della politica inglese, a poco più di due mesi dal voto del 7 maggio, è perfettamente rappresentata dallo stato in cui versa la sede del più celebrato  parlamento del mondo, Westminister: il palazzo perde pezzi e più d’uno non disdegnerebbe addirittura di venderlo a qualche sceicco o qualche magnate russo o cinese. Restaurarlo, infatti, costa troppo.

L’Ukip di Farage ha vinto le europee 2014

Non è migliore l’aria che si respira dentro l’edificio. Ma stavolta non c’entrano crepe o lesioni, bensì l’incertezza che sta accompagnando una campagna elettorale priva di vere parole d’ordine e che per la prima volta trova confusa e affollata di sigle la sempre compassata ed ordinata politica britannica. Due, soprattutto, sono i fattori che alimentano l’incertezza sul risultato del 7 maggio e – quel che più conta per gli inglesi – per il dopo elezioni: l’Ukip di Nigel Farage, il vincitore delle europee dello scorso anno e alleato di Grillo a Strasburgo nonostante le sua posizioni siano tipiche di una destra estrema, ed il partito nazionalista scozzese, accreditato di un non trascurabile 4 per cento. Uno scenario quasi “italiano” e quindi difficilmente decifrabili per i sudditi di Elisabetta, da sempre abituati a considerare le elezioni politiche come un derby tra Tories, cioè i conservatori, oggi guidati dal premier uscente David Cameron, ed i sostenitori del Labour party, la sinistra oggi affidata alla zoppicante leadership di Ed Miliband. A fare da terzo incomodo, quasi sempre i liberal-democratici.

Scenario “italiano” per il dopo-elezioni

Oggi, però, le elezioni sono affollate di sigle ed il vero timore di Cameron – per la prima volta negli ultimi tre anni in testa ai sondaggi – è il bis elettorale di Farage. Dovesse davvero replicare il successo ottenuto un anno fa, l’ultranazionalista Ukip finirebbe per regalare il numero 10 di Downing Street a Miliband, considerato troppo di sinistra persino nel suo stesso partito e soprattutto da Tony Blair. Le ultime speranze i Tories le ripongono nel maggioritario secco che regola le elezioni e che potrebbe sfavorire un movimento come quello di Farage diffuso su tutto il territorio ma il cui radicamento nei singoli collegi uninominali è tutto da verificare. E questo spiega perché più di un osservatore non esclude un governo conservatori-laburisti all’indomani del 7 maggio. Larghe intese anche sulle sponde del Tamigi, insomma. Esattamente, come accadeva fino ad un anno fa su quelle del Tevere.