Francesco Storace: «Per far ripartire la destra ci vuole uno spirito di gruppo»

Francesco Storace tra i protagonisti del convegno sulla “destra che verrà”. Anche lui dunque, in prima fila, con un occhio al passato e un altro al futuro: e in prospettiva, la strada che porta alla riunficazione della destra frammentata dalla diaspora degli ultimi anni, da percorrere sulle coordinate di una identità politica comune, sublimata da un patrimonio di contenuti condivisi e dalle speranze affidate alle nuove generazioni delle destra che verrà. Parte dalla capitale, dunque, la nuova tappa del cammino per la riaggregazione della destra italiana, con il convegno in programma sabato 28 marzo al Centro congressi Ripetta di Roma dal titolo Una Destra per la Terza Repubblica. Radici storiche, valori fondanti e scelte politiche per una nuova proposta. A lanciarlo sono “Forumdestra”, “Giornale d’Italia”, “Mezzogiorno Nazionale”, “Pronti Per Il Sud”, “Prima l’Italia”, “Comitati Tricolore”, “Azione Popolare”, “Nuove Prospettive”, Nazione Sovrana” e “Io Sud”. Ad animarlo, una serie di tavole rotonde e di dibattiti che vedranno tra relatori e coordinatori tornare a pulsare di proposte, sogni e progetti, il cuore pulsante della destra che ha irrorato in questi ultimi anni propositi e scelte di diverse incarnazioni politiche. Ne abbiamo parlato con Francesco Storace, leader de La Destra e vice presidente del Consiglio Regionale del Lazio.

Qual è lo stato d’animo e il desiderio politico con cui si presenterà al Residence di Ripetta sabato?

Andrò al convegno con la speranza che si deponga finalmente l’arma della polemica e si cominci a lavorare alla ricostruzione di un’area sulla base di un documento condiviso. Parteciperò all’appuntamento di sabato con animo propositivo e spirito di gruppo, puntando a dei risultati concreti e immediati, dai quali ripartire per la ricostruzione effettiva di un progetto sgretolato da anni di divisioni e personalismi, magari accantonando con decisione e disponibilità tutte le polemiche e le contestazioni interne, comprese quelle legate alle “questioni” della Fondazione.

A parte ovviamente il patrimonio identitario comune, quale può essere secondo lei il volano iniziale per cominciare a muoversi verso il traguardo della riunificazione delle varie anime della destra in diaspora?

Mettere insieme le volontà e verificarle davvero. Quindi, dopo aver individuato la prospettiva comune, delineare le modalità con cui muoversi sul terreno sociale per recuperare quell’enorme patrimonio di delusi che si è rifugiato nel “non voto”.

Quale ruolo immagina per lei in questo contesto?

Come già anticipato, non  mi interessano in questo momento ruoli, assegnazioni, etichette o medaglie: credo nella valorizzazione delle specificità professionali e politiche di ciascuno e, ancor di più, sono convinto che l’interesse per il progetto comune debba travalicare le ambizioni e le aspettative dei singoli: sono convinto, al contrario, che ognuno debba declinare e devolvere al compimento di ciò che ci stiamo proponendo di fare il proprio background e le proprie peculiarità.

Quindi tornando a lei?

Potrei dirle che vedo idoneo per me un ruolo di coordinamento che, con riferimento ai nostri contenuti di sempre, possa consentirmi di individuare e scegliere la classe dirigente di oggi e di domani, come per esempio può fare chi coordina il Collegio dei probi viri.

Un modo vecchio stile di fare politica…

Credo sia uno dei punti saldi da cui si dovrebbe ripartire.