Ciccio Kim risponde con 7 missili alle manovre Corea del Sud-Usa

Ciccio Kim non le manda certo a dire. Soprattutto se si tratta dei “cugini” del Sud. La Corea del Nord infatti “risponde” con una azione dimostrativa, per la seconda volta in due settimane, alle manovre militari in corso di Corea del Sud e Usa, nel modo che le è più congeniale: una selva di missili sparati in quella sorta di poligono di tiro che è orami diventato il mar del Giappone. Lo Stato maggiore di Seul non ha avuto dubbi nel collegare i nuovi test di vettori terra-aria, fatti giovedì sera e condotti sotto la diretta supervisione del leader Kim Jong-un (Ciccio Kim), con la fine del primo ciclo di esercitazioni (“Key Resolve”), duramente osteggiate da Pyongyang che le ha denunciate come la prova generale di un’invasione ai suoi danni.

I 7 missili

Il secondo ciclo, noto come “Foal Eagle”, andrà avanti fino al 24 aprile. Nuove provocazioni erano attese e sono puntualmente arrivate: i vettori sono stati lanciati da Seondok, nella provincia di Hamkyong del Sud, in occasione dell’ispezione effettuata dal “supremo comandante” a un’unità militare sulla costa orientale del Paese”, circostanza peraltro resa nota dai media del regime che eseguono alla lettera i desiderata di Ciccio Kim . “I militari della Corea del Nord hanno lanciato più vettori terra-aria”, ha detto lo Stato maggiore congiunto di Seul in una brevissima nota.

Corea del Sud-Usa

A Seul, intanto, la polizia nazionale ha diffuso ulteriori dettagli sui piani di Kim Ki-jong, l’uomo che la settimana scorsa ha aggredito con un coltello l’ambasciatore Usa a Seul, Mark Lippert, che ha riportato ferite suturate con 80 punti: il suo scopo era di uccidere in “una azione estrema e dimostrativa” di protesta contro le attività militari di Seul e Washington, viste come l’ostacolo alla riunificazione tra le due Coree. A carico dell’attentatore sono stati avanzati gli addebiti di tentato omicidio, di violenza contro un diplomatico straniero e di ostruzione di un’attività pubblica. Negli interrogatori ha detto di aver agito da solo, ma la polizia indaga sulla ragione delle oltre 30 persone contattate prima dell’attacco, tra cui una ex spia sudcoreana e un attivista di un’organizzazione pro-Pyongyang. Al setaccio, infine, le transazioni bancarie effettuate da Kim per scoprire eventuali complici.