Il Censis: “La ripresa rischia di essere un flop”. Ecco di chi è la colpa

La ripresa? Allo stato attuale appare più come un miraggio che come una realtà a portata di mano. Colpa, dice il Censis, di una pubblica amministrazione inefficiente. È il quadro che emerge dallo studio “La composizione sociale dopo la crisi”, in cui l’istituto di ricerca chiarisce che se le imprese sono pronte, il rischio flop è legato alla politica e alla sua incapacità di riformare la macchina dello Stato.

Il binomio inefficienza e corruzione

Una realtà che gli italiani percepiscono chiaramente visto che, secondo i dati raccolti dal Censis, il 50,5% dice che la pubblica amministrazione funziona male, il 63,5% che non è cambiata e il 21,5% che è addirittura peggiorata. In questo contesto, gli italiani chiedono il pugno di ferro per corrotti e fannulloni: il 45,3% vorrebbe regole più severe e licenziamenti nel pubblico impiego. Anche perché la corruzione appare come un circolo vizioso che si autoalimenta, trascinando nel suo vortice anche i cittadini: 4,2 milioni ammettono di essere ricorsi a una raccomandazione per ottenere un’autorizzazione o accelerare una pratica. E 800mila hanno fatto un regalo a dirigenti pubblici per avere in cambio un favore.

Partite Iva e operai i più colpiti

Guardando al passato e al tema indicato nel titolo della ricerca, “La composizione sociale dopo la crisi”, il rapporto Censis sottolinea che, nei sei anni dal 2006 al 2013, la spesa media degli imprenditori e dei liberi professionisti è scesa del 6,4%, pari a una quota di 3.506 euro. E, per le stesse categorie, nel solo periodo 2012-2013 la diminuzione è stata del 2,7%. Le elaborazioni del Censis sulla base dei dati dell’Istat, indicano, inoltre, come i lavoratori in proprio, sempre nel periodo 2007-2013, abbiano subito una riduzione della spesa media mensile pari a -11,6%, stessa percentuale di operai e assimilati, mentre per i dirigenti e gli impiegati la contrazione è stata del -4%, con una spesa pari a 2.599 euro.

Aumentano le disuguaglianze sociali

Dal dossier emerge, dunque, è che «chi meno spendeva più ha dovuto tagliare, con conseguente allungamento delle distanze di spesa tra gruppi sociali». Pertanto, spiega il Censis, «si è avuta una doppia regressività nel nostro Paese: ampliamento dell’area del disagio conclamato e di quella di rischio disagio» da un lato e allargamento «delle disuguaglianze sociali e di reddito, con un esito della crisi più penalizzante per i gruppi sociali a più basso reddito e/o con minori risorse ed opportunità».