Buonanno: vi racconto il mio viaggio in Libia, dove ho girato senza scorta…

Coraggioso è coraggioso. E’ andato in Libia da solo. Ha girato senza scorta in lungo e in largo. Ha incontrato le personalità libiche del governo, il ministro degli Esteri, il ministro della Salute, il presidente del Parlamento libico. E il leggendario generale Khalifa Haftar, appena nominato capo dell’esercito regolare libico. Ma, soprattutto, Gianluca Buonanno, inarrestabile europarlamentare della Lega, ha visto con i suoi occhi qual’è la situazione in Libia, la popolazione stremata, il caos totale, pezzi del paese in mano all’Isis. Che da lì, dalla Libia, vorrebbe spiccare il volo verso l’Italia e l’Europa. Buonanno ha riportato con sé l’appello del governo libico asserragliato assieme ai parlamentari in una base segreta di Tobruk affinché siano tolte le sanzioni e la Libia possa tornare a ricevere armi per difendersi dall’assalto delle numerose milizie filo-islamiche che hanno, di fatto spodestato il parlamento democraticamente eletto.
Buonanno ne ha per tutti. Ad iniziare dalla Mogherini. Che, secondo l’europarlamentare leghista, non ha fatto nulla. Buonanno non ha detto proprio così. C’è andato un po’ più pesante. Risultato: è stato duramente ripreso e poi multato dal presidente del Parlamento europeo il socialdemocratico Martin Schulz, quello che Berlusconi definì Kapò. «Il presidente Schulz mi ha fatto una multa per aver detto alla Mogherini che non conta un emerito cazzo – spiega con dovizia di particolari Buonanno – Sarò costretto a pagare 2128 euro, trattenuti direttamente dallo stipendio. Una vergogna, pensano di zittirmi e trasformare il Parlamento in un’aula militarizzata dove tutti devono dire la stessa cosa o stare zitti. Ma Schulz ha trovato pane per i suoi denti – promette l’europarlamentare leghista – Sono una voce fuori dal coro dico quello che tanti pensano con un linguaggio comprensibile e vicino alla gente al contrario di questi burocrati che stanno dietro la scrivania a emettere sentenze».

Buonanno ha incontrato in Libia il leggendario generale Haftar

«Berlusconi l’aveva capito prima di tutti gli altri, ma forse era stato troppo buono chiamandolo kapò – dice Buonanno riferendosi al presidente dell’europarlamento – perché Schulz più che il presidente è il dittatore del Parlamento. Il capo dei kapò, peggio di un kapò. Mi viene da fare un paragone: la Boldrini quando mi ha sanzionato sembrava Eva Braun, Schulz invece chi potrebbe essere? Indovinatelo voi».
Ma ciò che sta più a cuore a Buonanno, ora, è la Libia e quello che ha visto in presa diretta. L’incontro che forse lo ha segnato più di tutti è stato quello con Khalifa Haftar, generale di fresca nomina a capo dell’esercito regolare libico. Haftar rappresenta qualcosa di più che un semplice capo di Forza armata. Considerato una specie di “Garibaldi libico” ha, alle spalle, una vita più che avventurosa. E un futuro pieno di incognite. Ha partecipato nel 1969 al colpo di Stato che ha portato Gheddafi al potere. Poi si è schierato contro Gheddafi ed è stato costretto a fuggire riparando negli Stati Uniti. Poteva chiudere lì con l’avventura, in fin dei conti aveva più volte visto la morte in faccia. E ne era sempre uscito vivo. Ma dopo 20 anni ha deciso di tuffarsi nuovamente nel pericolo. E nel 2011 è tornato in Libia dove ha partecipato attivamente per far cadere il regime. Archiviato questo capitolo, è ritornato nella sua casa in Virginia, che ha nuovamente lasciato quando si è reso conto che «dopo la rivoluzione non c’erano più giustizia e sicurezza, che la gente viveva reclusa nelle proprie cause per paura dei terroristi e che manifestava per le strade il desiderio che tornassi e li aiutassi in questa battaglia», racconta oggi Haftar. Dopo un’offensiva degli estremisti islamici a Bengasi che ha visto il massacro di molti ex-ufficiali e di personalità di spicco della società civile, lo scorso anno Haftar ha deciso di tornare in Libia, raggruppare alcune milizie a lui fedeli e dare vita a un’offensiva militare chiamata “Operazione Dignità“, con cui si è ripromesso di riportare «stabilità, pace e democrazia” in Libia. Oggi, dopo alcuni successi sul campo di battaglia, si trova in difficoltà contro l’avanzata delle milizie affiliate all’Isis, che armate di tutto punto mettono a dura prova il suo esercito, i cui mezzi iniziano a scarseggiare. «Siamo un popolo orgoglioso, possiamo anche combattere questa guerra a mani nude, ma il Qatar, la Turchia e il Sudan – accusa Haftar – stanno aiutando gli estremisti, con armi e finanziamenti». Di qui l’appello all’Italia e all’Europa. Appello raccolto da Buonanno: «Haftar mi ha detto che sconfiggeranno e vinceranno contro l’Isis e si ricorderanno chi ha dato una mano e chi no». E questo è lo scenario migliore. Però ce ne è un altro, pragmaticamente sviscerato dallo stesso Haftar: «se dovessero vincere i terroristi dell’Isis, sarebbe a rischio anche la vostra sicurezza – avverte il generale – siamo stati abbandonati dalla comunità internazionale, che anzi ci penalizza e non ci permette di difenderci. Forse non è stato compreso che questa guerra la stiamo combattendo anche per l’Europa e che siamo l’ultima barriera contro gli estremisti».