Trentadue anni fa moriva Paolo Di Nella. Ancora impuniti gli assassini

Trentadue anni fa moriva Paolo Di Nella, nel giorno del suo ventesimo compleanno. Colpito di spalle, al cranio, nella notte del 2 febbraio 1983 da due esponenti dell’Autonomia operaia mentre in piazza Gondar (quartiere Trieste Salario) affiggeva manifesti per restituire ai cittadini l’area pubblica di Villa Chigi,  Paolo entra in coma per non svegliarsi più.

Un colpo di coda

Era il 9 febbraio 1983: il sapore acre degli anni di piombo, con il suo carico di caduti dall’una e dall’altra parte, sembrava un ricordo del passato, la destra giovanile aveva mosso passi da gigante nel superamento delle contrapposizioni ideologiche, parte della sinistra cominciava a fare autocritica e il dialogo generazionale sembrava a portata di mano, E invece, quel colpo alla nuca è un balzo all’indietro imprevisto e imprevedibile. Che però  segnerà un punto di non ritorno. Paolo merita qualcosa di più di una vendetta a caldo,  dello stanco rito dell’occhio per occhio, dente per dente. La risposta è che non si risponde, il “favore” non sarà restituito: davanti al corpo esangue di Paolo avvolto in un sudario e al giglio bianco donato da un’infermiera, i suoi “capi” giurano che non si risponderà al sangue innocente con altro sangue innocente. E così sarà.

Capellone e testardo

Militante del Fronte della Gioventù, silenzioso, capelli lunghi e occhiali, Paolo Di Nella era un ragazzo lontanissimo dagli stereotipi del fascistello dei primi anni ’80. Paolo lavora in silenzio nello sgabuzzino di via Sommacampagna dove passa ore a scrivere manifesti a mano, va in vacanza in tenda, guida la moto, parla di comunità di quartiere oltre la destra e la sinistra, è contro la pena di morte e tanto basta per farsi cacciare dalla sezione missina di viale Somalia. Testardo. Si era messo in testa di restituire ai cittadini del suo quartiere il parco di Villa Chigi per destinarlo a centro sociale e culturale. E aveva speso gran parte della giornata dell’aggressione ad affiggere manifesti per rendere pubblica una raccolta di firme per l’esproprio. Quella sera in affissione è solo con Daniela Bertani che guida la macchina. quando verso le 11, mentre è in mezzo allo spartitraffico di Piazza Gondar, venne avvicinato da due ragazzi, apparentemente in attesa dell’autobus, e colpito alla nuca. Rientrato in macchina, si fa accompagnare a una fontanella, si sciacqua la ferita e si fa promettere da Daniela che non dirà nulla “ai grandi”. Rientrato a casa i genitori lo sentono lavarsi i capelli, muoversi inquieto e lamentarsi, l’ambulanza arriva quando Paolo è già in coma.

La veglia ininterrotta

Per sette giorni e sette notti  la sua comunità non lo molla un attimo. Seduti a terra nel corridoio del Policlinico Umberto I decine di ragazzi e ragazze sono lì, a proteggerlo, ad accarezzarlo, quasi a volerlo resuscitare con la veglia e la preghiera, tra stecche di sigarette, tramezzini e quintali di caffè. Un triste pomeriggio, il 5 febbraio, mentre la maggior parte dei ragazzi è in corteo e l’ospedale è semideserto, si consuma un piccolo miracolo: al capezzale di Paolo si presenta Sandro Pertini,  il presidente partigiano, è un un gesto storico di grande impatto, per la prima volta un antifascista spezzava l’ignobile vulgata per la quale “uccidere un fascista non è reato” , alla visita del capo dello Stato seguirà quella del sindaco comunista Ugo Vetere. All’indomani della morte di Paolo, Giuliano Ferrara firma un editoriale di Repubblica nel quale ammette che anche se la vita politica di Di Nella era “deprecabile”, si doveva rispetto al morto. Alla famiglia arriva il telegramma di condoglianze di Enrico Berlinguer.

Le indagini farsa

Anche per Di Nella le indagini degli inquirenti non brillarono per “efficienza”. Alcuni giorni dopo l’aggressione in una cabina telefonica viene trovato un volantino firmato Autonomia Operaia nel quale si rivendica l’agguato e nella lista dei sospettati finiscono due autonomi, Luca Baldassarre e Corrado Quarra che si danno alla latitanza. Quest’ultimo viene fermato mesi dopo, il 2 agosto in piazza Risorgimento. Riconosciuto da Daniela Bertani  come l’aggressore di Paolo, Quarra viene arrestato per concorso in omicidio con l’aggravante dei futili motivi, ma quando Daniela, il 4 novembre, in un secondo riconoscimento indica come secondo aggressore un giovane non indiziato, un amico di Quarra scelto “ad hoc” proprio per la grande somiglianza con Baldassarre, il giudice decreta la non attendibilità del teste. E Quarra viene scarcerato e prosciolto da tutte le accuse.