Torna in scena il Pirandello “piccante” con “L’uomo, la bestia e la virtù”

Modernissimo, amaro, immenso Pirandello. Torna in scena una commedia molto particolare nella prooduzione pirandelliana, “L’uomo, la bestia e la virtù”, al Quirino di Roma con la regia del direttore del Teatro Stabile di Catania, Giuseppe Dipasquale, recitata con divertimento da Geppy Gleijeses, Lello Arena e Marianella Bargigli: particolare soprattutto perché rappresenta l’opera più schiettamente comica del grande drammaturgo. Un umorismo nero, amaro, perturbante. Scritta fra le sue prime opere (1919), quelle ancora imbevute di cultura e linguaggi siciliani, la si può considerare il primo esempio di “commedia all’italiana”, tanto che diede l’occasione a Totò di trarne un film, con Orson Welles, nel 1953.

Pirandello, modernità senza fine

Sorprendente la trama, che rivolta come un calzino il classico triangolo erotico (Lui, Lei, l’Altro) del teatro di fine Ottocento, per spremere tutti gli umori comici possibili. Corrosiva la condanna spietata della amoralità che si nasconde dietro il perbenismo borghese. Fa riflettere ma riesce anche a divertire la platea attraverso la sofferenza dei personaggi stessi. In scena si racconta lo strano caso di Paolino, (l’Uomo) che ha messo incinta la avvenente signora Perrella (la Virtù) e rischia lo scandalo, perché il marito (la Bestia) è capitano di marina, passa a casa una notte ogni tanti mesi e quando dorme a casa si chiude in camera e non sfiora nemmeno con un dito la moglie. L’angoscioso problema di Paolino è dunque quello di costringere il marito a fare il suo dovere e piacere, per potergli attribuire la paternità del nascituro. Il paradosso pirandelliano è dunque quello di un amante costretto a gettare fra le braccia dell’odioso marito la dubbia protagonista di un adulterio tutto da ridere. Scritta per Angelo Musco, il campione della comicità siciliana, la commedia autorizza i suoi interpreti ad ogni espediente farsesco. E tuttavia dei bravi interpreti – come Gleijeses e Lello Arena – possono insinuare nella recitazione un risvolto di dolorosa impotenza e di comprensibile amarezza di fronte ad un uomo prepotente verso la moglie, nell’ambito di una vicenda tutta siciliana.