E sull’immigrazione Alfano scopre che il centro del problema è la Libia

Che forza questo Angelino Alfano. «Il presidente Renzi, parlando della Libia, ha individuato il centro del problema» spiega. Che stile, che capacità. E che faccia. Buona per il Carnevale. Che infatti è adesso. Come fosse un Arlecchino. Si, quello con le toppe variopinte sempre pronto a servire e genuflettersi. Servo di due padroni nella scena goldoniana. Servo di chi può garantirne la sopravvivenza, nella realtà. E simbolo perciò di questa nostra disgraziatissima penisola.

Per Alfano è il centro del problema

Così oggi sappiamo, per bocca di Alfano,  che Matteo Renzi ha ragione. Che, probabilmente, ha sempre ragione. A cominciare dalla Libia. Ma, dai. Il «centro del problema» dice Alfano è la Libia. Perciò se ne è accorto adesso anche lui. Perché quando la questione era affrontata dal governo Berlusconi, quando tutti quei soloni della sinistra salottiera attaccavano il Cavaliere e il suo esecutivo per l’amicizia con il criminale Gheddafi, allora lui dov’era? Cosa diceva? Era impegnato a fare altro, forse. O non se ne era accorto. È chiaro che non l’aveva capito che il dittatore matto era una garanzia. Per cui dalle sue labbra non fuoriuscì sibilo di sostegno. Eppure il«centro del problema» era sempre quello. E sempre lo stesso. Accordarsi con quelle autorità per impedire le partenze di massa da quelle coste.

Sgozzano in nome di Al Baghdadi

Ma siccome agli americani prudevano le mani e non potevano sfogarsi in Siria e ai  francesi prudeva ben altro, preoccupati che si sapesse, fu deciso che di quel puzzole libico non c’era più bisogno. E lo andarono a fare fuori. Aizzando la piazza e regalando quella terra alla ferocia delle tribù e alle bande armate che oggi operano e sgozzano in nome del Califfo Al Baghdadi. Un capolavoro. Contro il quale il silenzio di Alfano e dei suoi adepti è stato totale. Così come chiarissima si manifestò la successiva incapacità a gestire il flusso di disperati che assunse proporzioni bibliche. E arriviamo così all’odierna presa di coscienza. C’è sempre tempo e modo per capire. E per dare ragione al capo. Soprattutto se quello, il capo, deve garantire l’agibilità politica.