Due settimane fa Nemtsov disse: «Ho paura che Putin voglia uccidermi…»

«Ho paura che Putin voglia uccidermi». Era il 10 febbraio scorso quando Boris Nemtsov, 55 anni, confidò i suoi timori al sito Sobesednik.ru. Forse l’ultima intervista prima di essere freddato venerdì notte nel cuore di Mosca. Un delitto che ha sconvolto la Russia. Quel sospetto che tuttavia neppure in quella circostanza lo aveva indotto alla cautela: sulla stessa pagina non mancava infatti l’ennesima accusa al presidente russo, additato come responsabile della guerra in Ucraina. «Non potrei disprezzarlo di più», affermava Nemtsov. Leader dell’opposizione allo zar e già vicepremier liberale sotto l’ala protettrice di Boris Ieltsin, Nemtsov è stato un figlio ribelle della nomenklatura.

Chi era Boris Nemtsov

Nato il 9 ottobre del 1959 a Soci – il padre era stato viceministro sovietico dell’edilizia e membro del Pcus, la madre pediatra di fama nell’Urss – Nemtsov studia fisica dal 1976 al 1981. Poi nel 1986, dopo il disastro di Cernobil, organizza un movimento di protesta nell’allora Gorki, per impedire la costruzione di una nuova centrale nella regione. Sono gli anni della perestroika di Mikhail Gorbaciov. Nello stesso anno si propone come candidato indipendente per le elezioni del Soviet dei Deputati del Popolo, ma la commissione elettorale locale glielo impedisce. Nel 1989 ci riprova. Il suo programma prevede una serie di riforme, radicali per l’epoca, con idee a sostegno di una democrazia multipartitica e dell’impresa privata. Non viene eletto, ma si ripresenta nel 1990 alle elezioni del Soviet Supremo della Repubblica Russa e questa volta ha la meglio sugli altri candidati, sfidando il listone comunista. In Parlamento si unisce alla Coalizione Riformista ieltsiniana. Entra a far parte del comitato legislativo, che si occupa delle riforme agricole e della liberalizzazione del commercio estero. In quel periodo, viene “adottato” da Ietsin quasi come un figlio politico. Nel 1991, durante il tentato colpo di Stato dei nostalgici, Nemtsov resta al fianco di Boris Ieltsin nella resistenza. Nello stesso anno viene ricompensato con la nomina a rappresentante plenipotenziario del presidente della Federazione Russa nella regione di Nizhni Novgorod. In seguito diventa governatore ed è rieletto nel 1995.

Nemtsov lodato dalla Thatcher

Il suo incarico è segnato da un programma di riforme liberali che si traducono in una significativa crescita economica e gli valgono le lodi di Margaret Thatcher. Nel marzo 1997, Nemtsov è nominato primo vicepremier della Russia, con il compito di riformare il settore energetico. In questo periodo conta su un buon appoggio popolare e sembra essere un potenziale candidato presidente per il 2000. Tuttavia, la sua carriera politica subisce un brusco stop nell’agosto 1998 per la crisi economica che investe la Russia e travolge il rublo. Nell’agosto 1999, prova a rilanciarsi fra i cofondatori dell’Unione delle Forze di Destra, una rinnovata coalizione di forze democratico-liberali che riceve quasi 6 milioni di voti, pari all’8,6%, alle elezioni parlamentari del dicembre dello stesso anno. Ma è un successo parziale ed effimero. Poi inizia la stagione dell’opposizione a Vladimir Putin, inflessibile su tutti i dossier più importanti: dalla questione cecena al recente conflitto in Ucraina. Fino alla morte violenta, a poche decine di metri dal Cremlino.