Quando papa Ratti definì Mussolini «l’uomo della Provvidenza»

I Patti Lateranensi, sottoscritti l’11 febbraio 1929, sono quegli accordi in virtù dei quali per la prima volta furono stabilite relazioni bilaterali tra il Regno d’Italia e la Santa Sede. Il nome di quesro concordato deriva dal luogo dove fu firmata l’intesa, ossia san Giovanni in Laterano. Il cardinal Pietro Gasparri firmò per il Vaticano e il primo ministro Benito Mussolini per lo Stato italiano. I patti misero fine definitivamente alla cosiddetta questione romana e la Santa Sede riconobbe finalmente lo Stato italiano rinunciando a ogni pretesa sul territorio di Roma.

44 ettari alla chiesa per il suo Stato indipendente

Da parte sua il Regno d’Italia concesse 44 ettari destinati a costituire lo Stato della Città del Vaticano, neutrale e inviolabile. i Patti Lateranensi del 1929 erano costituiti da tre documenti distinti: il Trattato, che fondava lo Stato vaticano, la Convenzione finanziaria, che prevedeva un “risarcimento” di 750 milioni di lire per la chiesa, e il Concordato, che afferiva alle relazioni civili e religiose tra chiesa e governo italiano. Inutile dire che pur avendo portato grandissimi benefici alla chiesa, di cui gode ancora oggi, i Patti rappresentarono un altrettanto enorme successo politico per il fascismo, che aveva chiuso una controversia pluridecennale. Tanto che Pio XI, papa Ratti, due giorni dopo il Concordato, il 13 febbraio, nella sua allocuzione Vogliamo anzitutto, definì con gratitudine e ammirazione Benito Mussolini «come l’uomo che la Provvidenza ci ha fatto incontrare». Nel successivo dibattito al Senato per la ratifica, solo in sei votarono contro, e tra questi Benedetto Croce, mentre alla Camera dei deputati ci furono solo due dissenzienti. Da notare che solo nel 1948, e non prima, i Patti furono riconosciuti costituzionalmente nell’articolo 7, ciò vuol dire che l’Italia non avrebbe potuto denunciarlo unilateralmente senza un processo di revisione costituzionale.

Mussolini “salvò” la statua di Giordano Bruno

C’è un piccolo episodio, poco conosciuto, che emerge dalle tante agevolazioni di ogni tipo, non solo tributarie e fiscali, date alla chiesa. Nel corso delle trattative la chiesa tornò alla carica per chiedere la rimozione della statua di Giordano Bruno, eretta nel 1889 con la contrarietà dello stesso papa Leone XIII. In pratica, fu chiesto a Mussolini di abbattere la statua in piazza Campo de’ Fiori e di erigere al suo posto una cappelletta dedicata al culto della Madonna. Mussolini ovviamente rifiutò, concedendo solo che non vi si potessero svolgere manifestazioni anticlericali. Così la statua bronzea rimase. La storia ha una coda, nel 2000, ossia 400 anni dopo il rogo di Giordano Bruno da parte dell’Inquisizione, Giovanni Paolo II chiese perdono per gli eccessi dei tribunali della chiesa che mandarono a morte decine di migliaia di persone per le loro convinzioni. Sia il 1600 sia il 2000 erano due anni santi. Ma la Santa Inquisizione non è un ricordo degli anni bui della chiesa; anzi, non è stata mai abolita: nel 1908 Pio X la rinominò Sacra congregazione del Sant’Uffizio, e nel 1965, dopo il riformatore Concilio Vaticano II, Paolo VI la rinominò  ancora una volta, chiamandola Congregazione per la dottrina della fede, con il compito di “vigilare” sulla purezza della dottrina cattolica.