Palazzi d’oro: a febbraio chiude la mensa della Camera, costa troppo

La Camera dei deputati considera «chiuso» il rapporto con la società Milano 90, proprietaria dei palazzi Marini, dopo che Sergio Scarpellini ha detto no alla valutazione del canone di affitto data per l’immobile dall’Agenzia del Demanio, inferiore del 57% rispetto alla richiesta del locatore. Per palazzo Marini III, quello che ospita la mensa e che la Camera ha a disposizione, fino al 28 febbraio, Scarpellini aveva avanzato una richiesta di circa 4.570.000 euro all’anno più Iva. Il Demanio, cui la Camera aveva chiesto una valutazione, aveva invece valutato congruo un canone di 2.604.000 euro all’anno più Iva, pari al 57% della richiesta avanzata dal locatore. Milano 90 ha rifiutato un adeguamento della propria richiesta. L’Ufficio di presidenza della Camera ha perso atto della risposta negativa di Milano 90. «Intende mantenere la propria richiesta e nel farlo non esita a mettere in crisi circa 300 lavoratori. L’Ufficio di presidenza – è stato spiegato – prende atto di questa posizione e intende chiuso il rapporto con Scarpellini, ricordando di aver fatto di tutto per giungere ad una soluzione che andasse soprattutto incontro ai bisogni dei lavoratori, che non sono dipendenti della Camera ma di Milano 90. La società deve sentirsi responsabile per queste persone che sono suoi dipendenti, e non deve dirottarli sulla Camera». Il 28 dicembre, dunque, a meno di fatti nuovi la Camera lascerà l’immobile. A breve i capigruppo verranno informati dall’Ufficio di presidenza perché «si proceda in maniera coordinata».

Palazzi d’oro: i costi della mensa

Milano 90, la società dell’imprenditore Sergio Scarpellini, dal 1998 dà in locazione alla Camera tre palazzi nei pressi di Montecitorio dove sono ospitati gli uffici dei deputati. L’eventualità più concreta al momento è quella formulata dai deputati di Scelta civica prevedendo «forme di erogazione economica diretta al posto dei pasti per i dipendenti della Camera, continuando la trattativa con i sindacati e gli altri enti coinvolti, Regione Lazio in testa, per reimpiegare i lavoratori senza dover pesare in maniera così importante sulle tasche dei cittadini».