Nordio scettico sul ddl anticorruzione: servirà a ben poco

Al decreto anticorruzione Carlo Nordio, protagonista della stagione di Mani Pulite, non attribuisce particolare efficacia. In una intervista al Corriere, il procuratore aggiunto di Venezia analizza le luci e le ombre della normativa. Nordio si dice d’accordo sugli sconti
di pena per chi collabora. Uno schema che “ha funzionato con il terrorismo brigatista e con la mafia”. A suo parere, però, occorrerebbe una soluzione più drastica. Quale? “Decidere che l’imputato è chi le mazzette le prende, non chi le dà”. E’ una scelta processuale, spiega il noto magistrato. Il concetto è che l’infedele corrotto non va intimidito, bensì disarmato. Ma non basta. Per Nordio, disarmare significa togliere di mezzo soprattutto le leggi numerose,  che sono “complicate e bizantine” e consentono al corrotto di fare quel che vuole. Quanto alla ipotesi di estendere le norme agli incaricati di pubblico servizio, il procuratore aggiunto di Venezia ricorda che “la differenza tra pubblico ufficiale e incaricato di pubblico servizio ha sempre reso incerti molti processi”. Anche in questo caso il punto dolente riguarda il sistema normativo nel suo insieme, fatto di un 90% di leggi “stupide e inutili”. Un esempio? “Anni fa – racconta – ci siamo trasferiti in una sede provvisoria del tribunale. Una legge ci diceva che in ogni tribunale dovesse esserci una toilette, un’altra diceva che a Venezia i palazzi storici non si potevano toccare. Siamo stati costretti a risolverla all’italiana, violando la legge”.

La prescrizione secondo Nordio

Sono più di venti anni che Nordio si occupa di corruzione. Un tempo più che sufficiente, ammette, per sapere che “la pena in sé non serve né per impedirla né per ridurla”. Ampliare l’area della punibilità, quindi, non cambierà le cose. Differenze tra piccole e grandi imprese, peraltro, non ci sono. “Chi vuole pagare la mazzetta e soprattutto chi la vuole prendere non pensa al fatto di essere beccato e finire in
prigione”. In merito ai tempi della prescrizione, il magistrato ha una idea tutta sua. La legge va cambiata. Ma per trovare un punto di equilibrio e di incontro fra le esigenze dello Stato e quelle del cittadino bisognerebbe farla decorrere da quando la persona è indagata e non da quando viene commesso il fatto.