Le mani di Renzi sulla Rai: cosa c’è dietro la smentita di Palazzo Chigi

Sarà stata la notte a portare consiglio a Matteo Renzi o forse sarà stato l’incubo di un Vietnam parlamentare sulla Rai, materia storicamente scivolosa e accidentata per qualsiasi governo, fatto sta che sin dalla mattinata campeggiava sulle agenzie di stampa uno strano comunicato in cui non meglio precisate “fonti” di Palazzo Chigi bollavano come «ipotesi e illazioni» le notizie rimbalzate sui giornali circa una riforma della concessionaria del servizio pubblico radiotelevisivo da farsi, addirittura, per decreto. Secondo le ipotesi circolate sulla stampa, i membri del cda sarebbero ridotti a cinque (dai nove attuali), designati non più dalla Commissione parlamentare di Vigilanza bensì da una fondazione. In più, e qui sta la “polpa” della riforma, verrebbe introdotta la figura di un amministratore delegato, vero e proprio dominus dell’azienda. Quanto basta, insomma, per far scattare l’allarme rosso in tutte le direzioni.

In Rai circola il nome di Eleonora Andreatta come Ad

Non bisogna tuttavia essere dei maghi della comunicazione per accorgersi che a volte le smentite, più che a negare, servono a confermare. A confermare, ad esempio, che nel governo se ne sta parlando e che probabilmente esiste pure la bozza di un testo oppure che l’unica indecisione riguarda la sua veste giuridica (disegno di legge o decreto). In questo caso, la “smentita” è un avviso ai naviganti che qualcosa bolle in pentola. Ma chi sono i “naviganti”? Certo, i “mandarini” di Viale Mazzini, da sempre allergici a qualsiasi modifica dell’azienda o quella parte della sinistra che – per dirla con Giuliano Amato – considera la Rai come argenteria di famiglia e quindi guai a chi vi accosta senza esserne autorizzato. Ma non solo, c’è di più, ed ancora una volta il premier ha dimostrato di saper suonare le corde giuste per imporre la sua volontà. Secondo Libero Quotidiano, il nome circolato per ruolo di amministratore delegato sarebbe quello di Eleonora Andreatta, figlia di Beniamino, ministro e fondatore dell’Ulivo prodiano. A darle una mano dovrebbe provvedere Antonio Campo dall’Orto, nome che dice poco al grande pubblico ma che i bene informati sanno essere un renziano di ferro. Insomma, la “riforma” servirebbe al premier per annettersi la Rai. Un obiettivo che tuttavia non gli impedisce di presentarsi come il suo “liberatore” agitando il sempiterno “fuori i partiti dalla Rai”, parola d’ordine sempre attuale e vieppiù popolarissima nei giorni in cui i ritardatari pagano (con la mora) il canone tv, balzello tra i più invisi ai contribuenti.

Il vero obiettivo del premier è Berlusconi

In realtà, il “navigante” avvisato numero uno è Silvio Berlusconi, che del gruppo competitor della Rai, è l’azionista di riferimento. Renzi sa bene quanto sia stato travagliato l’iter della legge Gasparri, cioè la normativa attualmente vigente, pesantemente contestata dalla sinistra quasi per riflesso condizionato e per dovere d’ufficio. Al contrario, si tratta di un’ottima legge che ha saputo accompagnare lo sviluppo tumultuoso dell’intero sistema delle comunicazioni, partendo ovviamente dal duopolio Rai-Mediaset ma senza per questo precludere l’ingresso a nuovi attori. Anzi. È ovvio che mettere mano alla Rai equivale ad aprire il vaso di Pandora ed offrire il destro ai fondamentalisti antiberlusconiani ancora attivi nel Pd (ma non solo) a riportare indietro di una decina d’anni le lancette della politica. Renzi, del resto potrebbe concendere alla minoranza interna lo scalpo del Cavaliere imprenditore per compensare l’acutizzarsi della fronda interna sul Jobs Act. A meno che il Cavaliere politico non ritorni sui suoi passi e rinnovi il Patto del Nazareno. Fitto, ovviamente, permettendo.