L’Egitto dà il via ai raid in Libia, Tunisia e Algeria militarizzano i confini

Il portavoce dell’Esercito libico, il maggiore Mohamed Hegazy, ha detto che nei raid egiziani su Derna e Sirte sono stati uccisi 64 combattenti dell’Isis, tra cui tre dei loro leader. I feriti sono decine. Il portavoce ha negato che nei raid siano rimasti uccisi civili. Quanto sta accadendo in Libia, al di là della difficoltà di comprendere l’effettiva portata dei successi dell’Isis, crea incertezza e timori anche nei Paesi vicini. I primi a dovere sostenere l’offensiva anche mediatica dell’Isis sono Tunisia ed Algeria, ovvero quelli che vegliano ai confini occidentali della Libia e che, ciascuno con diversa intensità, conducono da tempo una battaglia contro gli islamisti di casa propria. Pur se i timori sono essenzialmente eguali, gli scenari sono nettamente diversi. In Algeria, dopo la guerra civile dei sanguinosi anni ’90, gruppi islamisti agiscono soprattutto al sud, in zona poco abitate se non addirittura costretti nelle foreste e negli altipiani, sotto la spinta dell’Esercito, mai tenero con i terroristi. In Tunisia le formazioni jihadiste (filiazione prima dei salafiti e quindi degli ancor più estremisti takfiristi) sono meno organizzate, ma cercano spazi e soprattutto leadership. Che, secondo quanto sta accadendo in questi giorni, stanno andando a cercare in Libia, di fatto mettendo le loro armi a disposizione dei locali rappresentanti dell’Isis. E sarebbero circa 500 i combattenti dell’Isis tornati nel Paese.

In atto una militarizzazione gigantesca

L’Algeria, per parte sua, affronta da tempo un gigantesco sforzo per mettere in sicurezza le sue frontiere che, a questo punto, significa non solo evitare che dall’esterno giungano terroristi, quanto impedire che miliziani algerini si uniscano a quelli di Paesi vicini, come appunto la Libia, col rischio di creare una sacca di integralismo capace di esplodere,espandendosi incontrollatamente. Le frontiere libico-algerine sono ormai sigillate e i gruppi terroristici (che almeno al momento riconoscono come guida lo sceicco Drourkdel, legato ad al Qaida) restano un problema, ma che si può gestire e controllare senta timori di contagi dall’esterno. È in atto una gigantesca opera di militarizzazione delle regioni interessate. Ma è innegabile che la crescita della presenza dell’Isis in Libia sta agitando i governi di Tunisi ed Algeri, pur se si tiene ben presente che il califfato raggiunge i suoi massimi risultati in Paesi dove la presenza dello Stato è quasi virtuale (come in Siria e in Iraq), quando addirittura (come in Libia) di fatto non esiste più. Situazioni che non sono affatto assimilabili a quelle di Algeria e Tunisia, peraltro a maggioranza sunnita, come lo è il califfo al Baghdadi. Ma il fascino che il califfato sembra esercitare sulle frange più integraliste dell’islam ormai non mette più al riparo nessuno.

La mappa delle milizie libiche

Una Libia spaccata in due e attraversata da milizie armate e jihadisti che con l’Isis sono avanzati nelle ultime settimane da est a ovest. Questa in sintesi la mappa dei protagonisti in campo. Isis. È stata Derna, ex provincia dell’Italia coloniale sulla costa orientale del Paese, la prima città libica a giurare fedeltà allo Stato islamico e al califfo Abu Bakr al Baghdadi, lo scorso autunno. Ansar al Sharia. Nati sulle ceneri della rivolta del 2011 di ispirazione qaedista, i Partigiani della Sharia sono oggi alleati dell’Isis controllano le città di Bengasi e di Sirte. Sono ritenuti responsabili dell’attacco al consolato Usa a Bengasi dell’11 settembre 2012 in cui morì l’ambasciatore americano Chris Stevens e altri tre statunitensi. Governo legittimo. In Cirenaica, a Tobruk e Baida, si è autoesiliato in agosto per motivi di sicurezza il governo transitorio di Abdullah al Thani, espressione della Camera dei rappresentanti, il parlamento eletto il 25 giugno scorso, entrambi riconosciuti come legittimi dalla comunità internazionale. Il governo Al Thani è sostenuto dalle forze regolari libiche, nelle cui file è stato riassorbito l’ex generale Khalifa Haftar, che da mesi guida l’operazione militare contro Ansar al Sharia a Bengasi e Isis a Derna, e quella contro le milizie filo-islamiche della coalizione Fajr Libya a Tripoli. A fianco delle istituzioni di Tobruk si sono schierati l’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti, entrambi indicati come responsabili di raid aerei sulle milizie di Tripoli sin dall’estate del 2014. Fajr Libia e governo parallelo. Dopo la battaglia di agosto contro i rivali di Zintan (oggi fedeli a Tobruk) per il controllo dell’aeroporto internazionale di Tripoli, Fajr Libya (composta dagli ex ribelli di Misurata) ha imposto nella capitale un governo parallelo, denominato di salvezza nazionale e guidato da Omar al Hassi, esponente dei Fratelli musulmani, appoggiato dalla Turchia. Le milizie hanno riportato in vita anche il Congresso nazionale libico, l’ex parlamento il cui mandato è scaduto da tempo.