La beffa di Buccari: «Siamo 30 d’una sorte e 31 con la morte» (video)

«Siamo trenta d’una sorte, e trentuno con la morte, tutti tornano o nessuno…». Sono le parole della Canzone del Quarnaro, il cui testo fu scritto da Gabriele D’Annunzio per celebrare quella che è passata alla storia come la beffa di Buccari. La poesia, scritta all’indomani dell’impresa di Costanzo Ciano e dei suoi trenta audaci, fu poi pubblicata dallo stesso D’Annunzio nel suo volumetto dedicato alla vicenda: La beffa di Buccari. Ma cosa accadde nella notte tra il 10 e l’11 febbraio 1918 nel mare davanti a Fiume? La Grande Guerra era ben lungi dall’essere finita (terminerà solo nel novembre di quell’anno) e anche ben lungi dall’essere vinta, giacché l’eco della disfatta di Caporetto (oggi in teritorio sloveno) era ancora vicina e aveva profondamente depresso gli italiani: decine di migliaia di morti, oltre 250mila prigionieri, un milione di profughi civili;  quella sconfitta colpì così tanto l’immaginario collettivo del nostro Paese tanto che ancora oggi per rappresentare una grande sconfitta o insuccesso, la si definisce ancora “una Caporetto”. Così, la mattina del 10 febbraio trenta volontari assaltatori salparono dal Canale della Giudecca di Venezia diretti verso Fiume.

Mas, Memento Audere Semper

I tre motoscafi Mas (sigla di Motoscafi Armati Svan, poi mutata in Motoscafi Anti Sommergibile e solo successivamente – per idea di D’Annunzio – Memento Audere Semper) erano comandati dal sottotenente di vascello Andrea Ferrarini, dal tenente di vascello Profeta De Santis e dal capitano di corvetta Luigi Rizzo, che guidava il Mas di comando sul quale presero posto il comandante di missione capitano di fregata Costanzo Ciano e lo stesso Gabriele D’Annunzio. Scorati da una squadriglia di cacciatorpediniere e rimorchiati per 12 ore, i Mas arrivarono in tarda serata in vista della stretta della Farasina. I motoscafi iniziarono il percorso di avvicinamento di notte mentre le caccia torpediniere rientravano. I Mas non furono scorti da alcuna batteria nemica. A un miglio dall’obiettivo, ossia la baia di Buccari dove secondo lo spionaggio erano ancorate navi nemiche, i Mas spensero i motori a scoppio e accesero quelli elettrici, più silenziosi. Individuati gli obiettivi, all’1 e 20 dell’11 febbraio i motoscafi lanciarono sei siluri, dei quali però due soli esplosero e uno raggiunge un piroscafo, a riprova del fatto che le navi erano protette da reti metalliche. Scattò l’allarme, ma le difese in realtà non reagirono prontamente, poiché si riteneva assolutamente impossibile che la Marina italiana potesse raggiungere la baia. Dopo il lancio dei siluri i Mas presero velocemente la via del ritorno dirigendosi vero il porto di Ancona. Nella parte più interna del porto furono lasciste tre bottiglie tricolori, ciascuna delle quali contenente un beffardo messaggio scritto da D’Annunzio: «In onta alla cautissima flotta austriaca, occupata a covare senza fine dentro i porti sicuri la gloriuzza di Lissa, sono venuti col ferro e col fuoco a scuotere la prudenza nel suo più comodo rifugio i marinai d’Italia, che si ridono d’ogni sorta di reti e di sbarre, pronti sempre a osare l’inosabile». Nella stessa ora in cui i Mas rientravano trionfanti ad Ancona, al comando della Marina austro-ungarica veniva recapitata la bottiglia col nastrino tricolore.

L’affondamento della Wien a opera di Rizzo

Va detto che due mesi prima c’era stata la vittoriosa incursione di Trieste in cui due Mas, guidati dai soliti Ferrarini e Rizzo, avevano affondato la corazzata austriaca Wien e danneggiato seriamente la Budapest. A Buccari in realtà effetti concreti significativi non ci furono, ma la beffa fu una grandissima iniezione di entusiasmo nello spirito delle forze armate italiane, che aumentò ulteriormente pochi mesi dopo, con l’altrattanto celebre volo su Vienna, in agosto, quando dieci aeroplani, su uno dei quali c’era ancora D’Annunzio, lanciarono centianaia di migliaia di volantini tricolore sulla città, quando invece avrebbero potuto lanciarvi bombe. I volantini lanciati in realtà erano di due tipi: uno col testo scritto da D’Annunzio e uno scritto da Ugo Ojetti, tradotto in tedesco. Anche questo secondo episodio fu militarmente irrilevante, ma gli effetti proagandistici furono incommensurabili: davvero, come disse il Poeta, fu un presagio di vittoria. Il 10 giugno successivo la vicenda ebbe un seguito: il solito Luigi Rizzo (al quale oggi è dedicata una strada della capitale) col suo Mas affondò in Dalmazia la corazzata nemica Santo Stefano.