“Je suis partout”, settant’anni fa il sangue di Robert Brasillach

Non era ancora il tempo di “Je suis Charlie“, ma era giunta l’ora di fare i conti con “Je suis partout”. E di farli perciò con Robert Brasillach, quell’intellettuale così spigoloso e puntuto che, dalle colonne di quel giornale, le cantava da anni senza tregua. Era la Francia degli ultimi mesi di guerra. Di settant’anni fa. Quella dell’ascesa dello spilungone De Gaulle, il nuovo padrone rientrato al seguito degli Sherman americani. Quella Francia che si liberava, uno dopo l’altro, dei suoi figli e dei suoi ricordi più scomodi. Con le spicce. Attivando processi farsa, che oggi farebbero inorridire il mondo, e plotoni di esecuzione. I graffi di  “Je suis partout” del resto erano ancora ben visibili sul volto e nell’animo di tanti nuovi e vecchi democratici. Così come la collaborazione con i tedeschi, nel nome e nel segno di un nuovo ordine europeo. Idee forti, che avevano incendiato e coinvolto intere generazioni. E che perciò bisognava lavare, ripulire, rimuovere velocemente. Possibilmente col sangue.

Condannato con un processo-farsa

Non era ancora finita la tragedia della seconda guerra mondiale. Ma quel 6 febbraio del 1945, dopo un processo-farsa durato sei ore che consentì all’esimia giuria di emettere un verdetto in venti minuti, finì la vita di Robert Brasillach, mandato a morte solo e soltanto per quello che aveva sempre scritto e sostenuto, per le sue idee alle quali cui mai e poi mai avrebbe rinunciato. E siccome era uno che aveva vissuto e lavorato con la schiena dritta, esponendosi sempre con nome e cognome anche nelle questioni più controverse, non ci fu modo di  nasconderne la dignità. Anche nell’atto finale. Degno figlio di una generazione che dimostrava di saper morire per un ideale. “È una vergogna” fu la voce che si levò dal pubblico alla lettura della sentenza. “È un onore” fu la risposta di Brasillach. Così come “Viva la Francia” fu l’ultima frase prima di cadere a Forte di Montrouge.

Bisognava scorresse il sangue

Bisognava scorresse il sangue. Che quel sangue fosse copioso e lavasse così i peccati veri o presunti di una intera generazione. E poco importava se bisognava prendersela con la élite intellettuale, se al muro bisognava mettere, tra gli altri, uno dei maggiori talenti di Francia, uno dei più importanti critici letterari e cinematografici del tempo. La democrazia avrebbe successivamente provveduto a spiegare. E  magari anche a sanare. Intanto mandava a morte il fascista Brasillach. Per gettare nel cestino dell’oblio le sue tesi e i suoi convincimenti. No, non era ancora il tempo del Je suis Charlie a Parigi. Quel sangue fu solo la fine di un sogno, di un’idea, di una speranza. E del  Je soui partout.