Gli esuli istriani: con i nostri soldi nessun regalo al Partito democratico

Novanta milioni di dollari (dollaro più, dollaro meno, il tutto al netto degli interessi maturati in oltre vent’anni) è una bella sommetta. Questo tesoro nascosto sino ad oggi è l’eredità del controverso Trattato di Osimo del 1975, il patto che suggellava la rinuncia di ogni rivendicazione nazionale sulla frontiera orientale. Una brutta pagina della nostra storia repubblicana (firmata dalla Dc, controfirmata dal Pci e appoggiata, nelle contorte logiche della guerra fredda, dagli Usa) che sigillava il nostro definitivo ritiro dall’Istria già italiana.

La crisi a Trieste, gli esuli e Tito

Per anni le cose rimasero sospese. Le dure reazioni della diaspora istriana, fiumana e dalmata scatenarono una dura crisi a Trieste — in quegli anni drammatici nella città giuliana la destra divenne egemone, i partiti dell’arco costituzionale furono espulsi dalla vita politica e il Pci fu ridotto alla marginalità — costrinsero la Farnesina a rimandare sine die l’applicazione del trattato. Nel 1983, per rimediare al cedimento di Osimo, Bettino Craxi, allora primo ministro, decise di chiudere la pagina e riaprì i negoziati.

Gli equilibri internazionali (e gli appettiti sempre più forti dell’imprenditoria del nord est) non permisero un passo all’indietro, ma il volitivo leader socialista seppe comunque chiudere un accordo abbastanza equo siglando una mediazione finanziaria decorosa: la Jugoslavia (ormai orfana di Tito) s’impegnava a versare 110 milioni di dollari del tempo a titolo di indennizzo per la cessione della zona B (Capodistria, Pirano, Portorose e dintorni) e di tutti i beni un tempo di proprietà degli esuli; al tempo stesso Roma concedeva a Belgrado sette anni di tempo per versare l’intera somma. Successivamente i vari governi — convinti dalle lobby industriali e del tutto disinteressati alle faccende internazionali — concessero agli slavi un versamento in tredici rate a partire quindi dal 1990. Un errore. Soltanto due delle tredici rate in questione furono effettivamente versate: una dell’importo di circa 12 milioni di dollari, l’altra di poco superiore agli 11 milioni.

Dopo la frantumazione della Jugoslavia

Poi la frantumazione della Jugoslavia comunista e il blocco dei pagamenti. Dopo molte traversie (e tante incertezze romane e furbizie balcaniche) la Slovenia e Croazia, una volta indipendenti, si spartirono autonomamente il debito nei confronti dell’Italia, stabilendo che Lubiana avrebbe versato circa il 60% dei 90 milioni dovuti a Roma a fronte del 40% spettante a Zagabria. Un impegno a cui la Slovenia (con l’appoggio dell’Austria e della Germania) diede concreto seguito, depositando la cifra di competenza sul conto di una banca del Lussemburgo, mentre la Croazia si limitò (e si limita tutt’oggi) a vaghe promesse.

Quali sono i prossimi passi

Questo il passato. Il futuro dipende ora dal governo italiano che, dopo anni di paziente attesa (e vera e propria colpevole dimenticanza, ma dov’erano in questi anni i tribuni del centrodestra e della destra?), sembra deciso ad incassare i fatidici dollari. Finalmente una buona notizia. La ragguardevole cifra — a cui andranno, come accennavamo, aggiunti tutti gli interessi maturati negli anni — ha sollevato però interessi non proprio disinteressati. Anzi. Alla vigilia del Giorno del Ricordo un oscuro deputato triestino del partito democratico, certo Ettore Rosato, ha lanciato la balzana proposta di utilizzare i fondi per finanziare ad immaginari quanto improbabili progetti del comune di Trieste (attualmente, causa l’idiozia del centrodestra locale, a guida PD). Una stupidaggine politica e un’offesa morale. Un’estorsione ai danni di un’intera comunità e di una storia.

La rabbia delle associazioni degli esuli

Con l’eccezione dell’imbarazzante sindaco Cosolini (ex Pci), “l’ideona” del Rosato ha fatto subito imbestialire le associazioni degli esuli. Per una volta finalmente concordi, i dirigenti dell’associazionismo giuliano-dalmata hanno bocciato sonoramente la proposta. «Noi non finanziamo la campagna elettorale del Pd – ha commentato sbrigativo Antonio Ballarin, presidente di FederEsuli -. Non prendiamo quindi nemmeno in considerazione l’uscita puramente propagandistica di Rosato. Non si capisce peraltro a che titolo parli. È mai stato in un campo profughi? Ha perso la casa in Istria o ha avuto parenti infoibati? Non mi risulta. Credo parli soltanto in qualità di deputato di Trieste – come se tra l’altro gli esuli esistessero solo in questa città e non si trovassero invece in tutto il Paese -. Ma il nostro interlocutore non è certo lui, bensì il governo con cui affronteremo non solo il nodo dell’Accordo di Roma, ma anche le tante altre questioni legate all’esodo e rimaste ancora aperte».

Porte sbattute in faccia  a Rosato anche dal presidente dell’Associazione nazionale Venezia Giulia Dalmazia, Renzo Codarin. «Perché mai gli esuli dovrebbero fare un regalo al Comune? I soldi di Osimo non devono andare necessariamente a Trieste, città che tra l’altro oggi ha un presidente del Consiglio comunale (uno confuso nostalgico titoista di nome Iztok Furlanic, ndr), che non rispetta il dramma delle foibe. Se proprio non si vogliono utilizzare nella maniera più sensata, ovvero dar vita a una fondazione che eviterebbe alle associazioni di elemosinare ogni tre anni soldi dallo Stato, quelle risorse possono essere impiegate per tanti altri interventi: magari costruire un mausoleo a Roma con i nomi di tutti gli infoibati. Limitare il discorso a Trieste, dimenticando quindi che gli esuli sono stati smistati in 100 campi profughi in tutta Italia, è una formula riduttiva e politicamente non percorribile. E lo dico da triestino». La storia continua. Noi continueremo a seguirla.