Gelmini: sulla scuola Renzi ha sbagliato tutto. Vi spiego il perché

Prende corpo il cosiddetto Piano della Buona scuola e si confermano i dubbi più volte sollevati su una riforma che, al netto degli slogan, altro non è se non un piano di assunzioni. «Nessuno dei principi enunciati nelle pagine del documento della Buona Scuola sembra trovare un concreto riscontro nella realtà, con una traduzione nei testi normativi». Lo sostiene in una nota Mariastella Gelmini, vice capogruppo vicario di Forza Italia alla Camera. L’ex ministro entra nel dettaglio.

Gelmini: solo slogan da Renzi

«Dalle prime dichiarazioni e da quanto riportato dalla stampa la premialità unita al merito viene meno con il ritorno agli scatti di anzianità, seppur con un sistema misto, sminuendo così lo stesso ruolo della valutazione che sembra avere ormai uno spazio molto marginale. Altri capitoli del Piano sembrano restare mere dichiarazioni di intenti, e mi riferisco all’orientamento permanente, all’alternanza scuola lavoro, al miglioramento dell’offerta formativa. È ormai chiaro – spiega la Gelmini- che le risorse messe in campo non riusciranno a coprire le effettive esigenze delle scuole e saranno utilizzate per pagare l’assunzione degli iscritti nelle Gae. La riforma della scuola si sta quindi trasformando in un’operazione non solo costosa ma anche inutile a risolvere il problema del precariato nella scuola e addirittura controproducente per le scuole stesse».

Ma dov’è la qualità?

A peggiorare la situazione, il fatto ormai palese che poco o nulla verrà investito sulla formazione degli insegnanti, soprattutto se una quota dei fondi dovrà essere destinata all’aggiornamento delle competenze degli iscritti alle Gae, personale che sarà immesso in ruolo senza aver trascorso neppure un giorno in classe. «Come dimostrato dall’esperienza della scuola digitale», spiega la Gelmini, «che, salvo rare eccezioni, stenta a decollare, la formazione degli insegnanti è, invece, una componente essenziale per accompagnare tutti i processi di riforma. Non basta dotare le scuole degli strumenti più avanzati se poi non si hanno dei docenti in grado di utilizzarli». Si sta delineando, dunque, “un’operazione quantitativa più che qualitativa: un maggior numero di insegnanti non significa miglioramento della didattica. In presenza di risorse esigue, forse sarebbe stato più saggio effettuare delle scelte più strategiche per una vera riforma della scuola».