«Fu Scalfaro a cacciarmi dal Dap dopo una lettera dei boss detenuti al 41bis»

Ruota attorno al suo allontanamento dal Dap, a giugno del 1994, la seconda parte della lunga deposizione di Nicolò Amato nel processo sulla trattativa Stato-mafia in corso, in trasferta, nell’aula bunker del carcere romano di Rebibbia.
Il punto centrale della questione attorno al quale si stanno arrovellando i magistrati è chi si prese la briga di cacciare Amato, considerato un fiero sostenitore del carcere duro ai boss, dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria e perché.
Ora si scopre che l’idea di “destituire” Amato, al vertice del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria per 10 anni, sarebbe stata presa dall’allora capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro.

Nicolò Amato veniva chiamato il dittatore dai boss detenuti

Amato non si limita a fare il nome del potente democristiano divenuto presidente della Repubblica e travolto poi dallo scandalo dei fondi neri del Sisde ma ricostruisce di fronte ai magistrati anche i retroscena della vicenda, così come la ricorda l’ex-capo del Dap.
«Incontrai il segretario generale del Quirinale Gaetano Gifuni (che nel 2013 sarà poi condannato a un anno e 5 mesi con l’accusa di peculato e abuso d’ufficio, ndr) qualche giorno prima del mio allontanamento dal Dap – ha raccontato ai magistrati Nicolò Amato – e lui mi disse che il presidente della Repubblica aveva deciso così e che entro una settimana me ne dovevo andare». Amato, che ritiene la sua rimozione «una macchia per le istituzioni», non accettò il nuovo incarico alla Commissione europea e si dimise dopo avere avuto un duro scontro sulla sua destituzione con l’allora ministro della Giustizia Giovanni Conso.
«Non mi diede alcuna spiegazione – ha detto – Mi disse che si trattava di un normale avvicendamento». Ma l’ex-capo del Dap non ha mai creduto a quella spiegazione e collega la decisione di mandarlo via dal Dipartimento a una lettera che i familiari dei detenuti al 41 bis scrissero a Scalfaro denunciando l’eccessivo rigore del regime carcerario voluto da Amato, definito nella lettera “dittatore”.

La menzogna che Ciancimino raccontò a Ingroia su Nicolò Amato

«Di quella lettera che conteneva gravissime minacce a me – ha raccontato – non mi fu detto nulla. Ne seppi l’esistenza dopo tempo. Se me ne avessero parlato, avrebbero dovuto dirmi se ero d’accordo a un alleggerimento del regime di 41 bis e io avrei risposto di no. E a quel punto come avrebbero potuto giustificare una mia rimozione?».
Amato venne poi sostituito da Adalberto Capriotti: «Un uomo che aveva esperienza di carceri – ha detto Amato – Mentre il suo vice, Di Maggio, non ne aveva alcuna».
Nel corso di un interrogatorio davanti all’allora pm, Antonio Ingroia, Massimo Ciancimino, figlio del sindaco di Palermo Vito Ciancimino, considerato un depistatore, accusò Amato di aver inviato una lettera all’allora Guardasigilli, Giovanni Conso, con la quale chiedeva l’allegerimento del carcere duro, il 41 bis, per i boss mafiosi. In realtà, viceversa, il 6 marzo 1993, tre mesi, dunque, prima di essere cacciato dal Dap, Amato aveva fatto esattamente l’opposto di quantosostenuto da Ciancimino: aveva, cioè, inviato una lettera proprio a Conso con la quale esprimeva parere assolutamente contrario all’eventuale affievolimento del carcere duto per i bos. Poco dopo Scalfaro lo cacciò.