Fisco, retromarcia del governo: saltano le soglie di non punibilità

Sul falso in bilancio cadono le soglie di non punibilità e si profila un doppio binario di sanzioni legato al volume d’affari della società. Queste le novità essenziali dell’emendamento del governo, ormai alle limature finali, che sarà arriverà – forse già domani – in commissione Giustizia del Senato, nel ddl anticorruzione. Quest’ ultimo provvedimento, presentato originariamente da Pietro Grasso, è in cantiere da ben due anni. Lì dentro ci sono anche le misure per reintrodurre il falso in bilancio. Ma su questa materia anche il governo aveva predisposto, nei mesi scorsi, un proprio testo, già presentato in commissione. I contenuti, però, hanno attirato non poche critiche, da M5s, ma non solo. Perché quel testo prevedeva un tetto per le società non quotate, per cui se la falsità o l’omissione non determinava una variazione del risultato economico oltre il 5% o una variazione del patrimonio netto non oltre l’1%, non scattava la pena detentiva. Una norma che secondo alcuni avrebbe favorito Berlusconi. L’idea delle soglie, tra l’altro, piaceva poco anche a Ncd. E anche tra le file del Pd lasciava dei dubbi. La soluzione prevede che le soglie siano eliminate: il reato è sempre punibile. L’asticella è data dal volume d’affari della società: al di sopra di un determinato volume, la pena è più alta e va dai 2 ai 6 anni, al di sotto da 1 a 3 anni. L’entità della somma è stata oggetto di molte riflessioni, ma la cifra di riferimento dovrebbe essere quella dei 600mila euro. Un range di pene da 1 a 3 anni per i casi che tocchino le società più piccole, fa presupporre anche la possibilità di applicare la cosiddetta tenuità del fatto: se vi sono le condizioni di non serialità e non eccessiva gravità della condotta, il giudice può archiviare. Il falso in bilancio, inoltre, sarà sempre perseguibile d’ufficio, mentre una prima impostazione prevedeva che per le non quotate si procedesse a querela. Domani la commissione dovrebbe dare il parere sugli emendamenti. “Giungeremo ad un testo equilibrato”, sintetizza il vice ministro Enrico Costa.

La prescrizione si ferma a due anni

Altro fronte: la prescrizione, in commissione Giustizia della Camera. Oggi scadevano i termini per gli emendamenti. Il governo ne ha presentati 5: prevedono che il decorso della prescrizione si fermi per 2 anni dopo la condanna in primo grado e per uno dopo l’appello. Una norma transitoria esplicita che le nuove norme si applicano solo ai nuovi processi, non a quelli in corso. Non ci sono invece misure ad hoc per allungare il termine in cui si prescrive la corruzione: il tema sarà analizzato nell’ iter parlamentare. In tutto sono una sessantina gli emendamenti delle forze politiche. Circa la metà sono dei Cinque Stelle, con 3 punti cardine: interruzione della prescrizione dal rinvio a giudizio e non dal primo grado; raddoppio dei termini di prescrizione per corruzione, reati contro la Pa, reati fiscali e societari; eliminazione della norma della ex Cirielli per cui l’interruzione della prescrizione non può comportare l’aumento di più di un quarto del tempo necessario a prescrivere il reato, così da “rendere pressoché certo che i processi arrivino a sentenza”, afferma il deputato Andrea Colletti.