Cinema. “Timbuktu” e la deriva del fanatismo religioso

Se non ci fossero i telefonini e qualche fuoristrada e moto ci potremmo trovare nel Medioevo. Case di fango, cammelli e deserto. Così è la Timbuktu racconta da Abderrahmane Sissako, nel film piaciuto molto a Cannes.. Timbuktu, città antica piena di storia, ma anche della violenza dell’integralismo islamico (tra cui la lapidazione) di cui tanto si parla in questi giorni.

Siamo nella città regina del deserto, patrimonio dell’umanità e avamposto dell’antico impero maliano. Città di origine tuareg e poi di un islam aperto e colto, da qualche anno nelle mani dei gruppi integralisti che vi hanno imposto la legge della Sharia. Qui ai margini di questa città dove tutto è proibito (fumare, sentire e suonare musica, fare sport, girare a capo scoperto, vendere pesce senza coprirsi le mani con dei guanti), vive una coppia felice e libera da pregiudizi che spera di non incorrere nelle censure religiose. Ovvero quella composta dal pastore Kidane (otto vacche all’attivo e la passione della musica) e della bella moglie e figlia.

Un giorno però Kidane uccide, per vendicarsi, un pescatore che gli ha portato via la vacca più fertile. E così entra in tunnel di terrore, a volte grottesco, messo in atto da uno sparuto gruppo di jihadisti ottusi e fragili per loro convinzioni spesso solo frutto di errate interpretazioni della legge coranica.

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