10 Febbraio, Giorno del Ricordo: con le foibe fu attuata la pulizia etnica

Oltre ad essere un grande segno di riconciliazione nazionale, il riconoscimento del Giorno del Ricordo (10 febbraio) ha confinato in un angolo le tesi nagazioniste o giustificazioniste. E’ ormai unanimemente riconosciuto che le stragi delle foibe, che funestarono le terre giuliane dal 1943 al 1945 ed anche a guerra finita, non furono – come affermava certa storiografia – la reazione, in fin dei conti comprensibile, delle popolazioni slave alle vessazioni subite dall’Italia e in particolare dal regime fascista. Le foibe furono invece la realizzazione brutale di un piano di snazionalizzazione e di pulizia etnica ai danni della comunità italiana, e della sua presenza, cultura e tradizione.

La caccia all’italiano

Non è un caso che in questo piano di sterminio, lucidamente messo in atto dagli uomini di Tito, la scelta fu di annientare tutto quello che poteva rappresentare istituzione o classe dirigente italiana, e quindi dai segretari comunali ai carabinieri, dagli insegnanti a tutti quelli che avevano una divisa che in qualche modo rappresentasse l‘Italia. Vi fu la caccia fanatica al professionista, al laureato, al maestro, al dirigente, che venivano regolarmente accusati di essere fascisti o borghesi o nemici del popolo, processati dai tribunali popolari e giustiziati o deportati e fatti scomparire. A questa prima fase “chirurgica” seguì quella del terrore generalizzato, che fu devastante e drammatica, portando all’uccisione di diverse migliaia di italiani.

Migliaia e migliaia le vittime

A proposito del numero delle vittime, il solo comando del governo militare alleato di Trieste (la città fu amministrata dal governo militare angloamericano fino al 1954) affermò di aver ricevuto 4.768 richieste in ordine a persone scomparse dopo il 1o maggio 1945: in particolare, 2.210 a Trieste, 1.160 a Gorizia e 998 a Pola. Radio Londra affermava che nel mese di maggio 1945 erano stati deportati e non avevano fatto più ritorno a Trieste 2.600 civili. Il Comitato di liberazione nazionale inviò alla Conferenza di Parigi un memoriale nel quale si affermava che circa 12 mila giuliani furono prelevati e deportati. Il sindaco della seconda redenzione di Trieste, Gianni Bartoli, nel suo Martirologio delle genti adriatiche riportò un elenco nominativo dei civili e militari scomparsi e uccisi a Trieste e nella Venezia Giulia. Erano 4.122 nomi, c’erano 21 ripetizioni, ne furono aggiunti poi altri 260. In totale, solo lì furono elencate 4.361 vittime: civili 2.916, Guardia di Finanza 242, polizia 309, carabinieri 94, guardie civiche, volontari della libertà e membri del Cln 51.

Poi seguì l’esodo

Alle foibe ed al terrore sparso a piene mani seguì l’esodo degli italiani dall’Istria, Fiume e dalla Dalmazia, un fenomeno che a più riprese svuotò dalla presenza italiana quelle terre. Scrive il dalmata Pitamitz: «Città grandi e piccole, paesi e borghi si svuotarono letteralmente. Vi rimasero solo gli slavi, dove erano minoranza, e talvolta nemmeno loro. Furono infatti circa 10 mila gli istriani e croati che si trasferirono nella penisola conservando la cittadinanza italiana, mentre altri 40 mila emigrarono all’estero. Fiume italiana contava 66 mila abitanti, se ne andarono in 58 mila. Pola ne contava 40 mila, partirono in 36 mila. Più di 380 mila persone abbandonarono le loro case, la quasi totalità, anche se si continuava a dire che se ne andarono solo quelli che avevano qualcosa da perdere, cioè i capitalisti, i borghesi, i fascisti: e come tali in Italia gli esuli furono accolti dai comunisti e dalla loro stampa, che li definì “criminali fascisti sfuggiti al giusto castigo”. A Venezia, per i primi profughi da Pola, che arrivarono su una nave, ci furono sputi e fischi». Gli esuli furono sparsi in 109 campi profughi sul territorio italiano: spesso erano cinti da filo spinato. Gli ospiti dovevano dare le loro impronte digitali. Le famiglie vivevano divise da coperte stese sul filo di ferro a far da pareti. Molti se ne andarono lontano e per sempre, dalle Americhe all’Australia. Avevano perduto tutto ma non la fede, la libertà e l’italianità.