Tra pensiero debole e social network: elogio della lentezza

I social network pare abbiano perso la spinta irriverente e destabilizzante di qualche tempo fa e sembrano essersi piegati alla logica maggioritaria del politicamente corretto. L’avvento di twitter, che costringe ad esprimere un pensiero in 140 caratteri striminziti, ha estremizzato e accelerato questo processo, rendendolo compulsivo ed elevandolo quasi a principio costituzionale, non scritto, del web. Siamo piombati nell’era del socialpoliticamente corretto. Che induce milioni di utenti ad utilizzare come hashtag #Jesuischarlie, dopo i tragici accadimenti di Parigi. Quando, in realtà, più giustamente si sarebbe dovuto scrivere #Jesuislibre (io sono libero), a testimonianza del fatto che per noi occidentali, come ha argutamente fatto notare Marco Taradash, la questione non sta nel non offendersi per delle vignette, ma nel non uccidere chi le disegna. E poco importa se, qualche giorno dopo, gli stessi utenti del web che si erano schierati a difesa di Charlie Hebdo, anziché pretendere con forza spiegazioni sul rapimento e sulla successiva liberazione (che ha lasciato nelle mani dei terroristi milioni di euro che difficilmente saranno utilizzati per scopi umanitari o di pace) di Greta e Vanessa, abbiano chiesto l’espulsione da twitter per Maurizio Gasparri. Reo, a loro modo di vedere, di aver preso posizioni nette e ruvide su una vicenda dai lati ancora troppo oscuri. Due pesi e due misure. E’ così: i social si polarizzano sul tutto, e sul suo contrario, nel giro di pochi giorni, a volte di poche ore.

Pensiero debole-velocità

Questa deriva intellettuale nasce dal binomio pensiero debole–velocità, che sottende l’utilizzo dei social network. E che porta, unicamente, a preservare la forma del pensiero (da esprimere il più frettolosamente possibile) piuttosto che la sostanza della riflessione. La verità è che noi non siamo Charlie. Non siamo Vanessa e Greta. Il problema, invece, è che nei nostri account, parafrasando Guccini “non siamo, non siamo, non siamo”. E dunque proviamo a trovare una dimensione personale attorno a concetti socialmente (nel duplice significato sociologico e internettiano) condivisi e accettati. Ma che, spesso, nulla hanno a che vedere le nostre convinzioni più intime. Tutto questo si sta riversando nella vita reale. Siamo arrivati al paradosso che sono i social, adesso, ad influenzare la vita di tutti i giorni.

Cogito ergo sum

Dalla politica (non oso immaginare cosa succederà su twitter la prossima settimana quando si  apriranno le votazioni per il nuovo presidente della Repubblica), al calcio, con tutto quello che ci sta in mezzo. La vera virtù, oggi, sta nel riuscire, ancora e nonostante tutto, ad estraniarsi dal condizionamento virtuale e riuscire a recuperare la dimensione della lentezza, che è alla base della profondità di pensiero. Può darsi che così non twitteremmo più in maniera così ossessiva. E sì – tenetevi forte – perderemmo qualche follower. Ma probabilmente ci riapproprieremmo del concetto cartesiano del cogito ergo sum. Che il digito ergo sum ha appannato. Ma non sostituito.