Solinas polemico: la Francia è una vera nazione, l’Italia non può esserlo

Il titolo in prima pagina è «La Francia è una nazione. Noi siamo un Paese», e racchiude in sé tutto il senso dell’articolo di Stenio Solinas su Il Giornale di oggi: una analisi amara sulle differenze tra l’Italia e i “cugini d’Oltralpe”.

Patria vs ideologia

L’articolo prende le mosse dall’immagine del Parlamento francese che intona, in piedi e all’unisono, la Marsigliese. E sottolinea che non vi è una differenza sostanziale tra la «retorica di patria» e la «retorica nazionale» quando queste siano «pure e nobili». Semmai, scrive Solinas, la contrapposizione va cercata con «un’altra retorica»: quella della «politica e dell’ideologia». Una retorica che, per Solinas, s’è così radicata in Italia da far scrivere nel titolo delle pagine interne che è «troppo tardi per diventare una nazione».

L’invidia per l’orgoglio di popolo

«Ho provato invidia per quei parlamentari, per quell’identità nazionale, per l’orgoglio e la fierezza di appartenere a un popolo che nell’età moderna ha dato e fatto molto, quasi tutto, nel mondo», prosegue ancora il giornalista e scrittore che, dopo aver citato Ennio Flaiano («I popoli in ascesa non hanno dialetti»), constata che «gli italiani non ascendono da nessuna parte, sono arrivati al capolinea della loro storia nazionale, non capiscono più perché si debba stare insieme, in nome di cosa, per conto di chi».

Incarnare lo spirito della nazione

Non c’è un lieto fine in questo ragionamento, che prosegue sottolineando che «se lo Stato è la sintesi politica di un popolo, se la politica è la forma nella quale una nazione si realizza, abbiamo poche speranze». Una delle differenze profonde con la Francia è che «trova sempre qualcuno che la incarni. La incarni, non ne prenda il posto», tanto che perfino «una mediocrità politica come Francois Hollande» ne riceve «una dignità che ignorava di avere». Invece, «da noi vanno gli Uomini della Provvidenza, e bisogna rassegnarsi, anche perché la Provvidenza è sempre più distratta».

Renzi, il premier di «un popolo rassegnato»

Ed è così che ci siamo ritrovati con Matteo Renzi e «i suoi insopportabili cappottini, l’orribile blu elettrico dei suoi vestiti, il “gimmefive” cialtronesco della sua gestualità, la logorrea compiaciuta del battutista che ha vinto, lui sì, la lotteria di Capodanno del governo». Ce lo teniamo, Renzi, «perché siamo un popolo stanco, rassegnato e impaurito che ha smesso di essere una nazione, finge di essere Stato, aspetta sempre e comunque lo straniero di turno che lo tolga dai pasticci» e, intanto, «accetta la quarantena democratica di una classe politica che ha scambiato Roma per Bisanzio».