Se il Quirinale parla tutti i giorni, a che cosa serve il rito di fine anno?

Tutto secondo copione: il presidente, la scrivania, le bandiere. Quindi il discorso, con la solita esortazione all’unità, seguita dal consueto appello alla concordia e conclusa dal pedissequo omaggio alla speranza per l’anno che verrà. A corredo, i rituali applausi e le immancabili polemiche. Ogni anno è un dejà vu. E molti ormai si chiedono se non sia giunta l’ora di trattare il discorso presidenziale del 31 dicembre come un disco di vinile o qualsiasi altro reperto vintage, cioè custodirlo come cosa impreziosita dal tempo. Sì, forse è ora di dire basta ad una liturgia a reti unificate scarnificata dell’antica laica sacralità e – a dispetto degli indici d’ascolto – realmente attesa solo da addetti ai lavori e ai livori.

Un rito trito che non riguarda solo il Quirinale

Napolitano o un altro è lo stesso. Non è l’identità dell’inquilino del Quirinale a fare la differenza. Che è tutta racchiusa nella sempre più evidente inutilità di un rito logorato dalla bulimia esternativa cui da tempo è costretta la suprema magistratura repubblicana. È un problema ormai comune a tutti i pulpiti più elevati, le cui parole un tempo illuminavano le coscienze anche in forza della loro eccezionalità mentre oggi sono inflazionate e banalizzate. Senza girarci troppo intorno, una volta il capo dello Stato esternava solo il 31dicembre, il Papa benediceva solo a Natale e a Pasqua, il governatore della Banca d’Italia parlava solo il 31 ottobre e i magistrati quando leggevano le sentenze. Ora, invece, tutti parlano tutti i giorni, su tutto.

Grave che Napolitano non abbia ricordato i marò

A parte la gravissima omissione sui nostri due marò, se una critica si può muovere al messaggio di Napolitano, è la totale assenza di pathos. Eppure, la situazione, checché ne dica Renzi, l’avrebbe ben giustificato. Ma, forse, il primo ad essersi reso conto che il discorso di fine anno ha esaurito ogni funzione rigeneratrice è stato proprio il presidente. Peccato, perché di cose da raccontare ne aveva, eccome. Un accenno alle tormentate vicende del 2011 lo aspettavano sia Berlusconi sia Bersani. Il primo per conoscere i motivi reali della sua defenestrazione da Palazzo Chigi, il secondo per capire come mai alle elezioni anticipate (quasi sicuramente vinte dal Pd) fu preferita l’investitura quirinalizia al professore Monti. Invece, Napolitano ha glissato forse pensando più agli italiani attovagliati per il cenone che alle attese del mondo politico. Che intanto pensa all’identikit del successore. Uomo o donna, tecnico o politico, laico o cattolico, importa poco. Quel che sarà veramente dirimente per il futuro presidente e per il discorso dell’ultimo dell’anno sarà l’uso delle parole. Perciò non sarebbe male se oltre al giuramento sulla Costituzione, il prossimo presidente s’impegnasse anche a tacere per il resto dell’anno. Altrimenti, aboliamo il messaggio.