Il ritiro di Romney apre la strada a Jeb Bush: gli Usa riscoprono l’“impero” ?

Chi riteneva che il nome dei “Bush” fosse ormai una carta perdente del partito repubblicano americano si è sbagliato di grosso. La decisione di Mitt Romney di non scendere in campo per la corsa alla Casa Bianca del 2016 riflette la «forza di Jeb Bush» e il suo lavoro dietro le quinte per attrarre l’appoggio del partito e dei finaziatori repubblicani. A riconoscere la forza del “terzo Bush” (figlio e fratello di due presidenti Usa, George senior e George W.) è  il New York Times, che pure è tradizionalmente ostile alla politica del Grand Old Party.  Il Nyt sottoliena  che Jeb  ha attirato la maggior parte del sostegno che Romney cercava. La strategia di Bush dietro le quinte è stata efficace. Quando Romney ha ipotizzato di correre alle presidenziali all’inizio di gennaio, uno dei suoi maggiori sostenitori nei suoi precedenti tentativi, William Oberndorf, ha scritto ad altri 52 donatori con un messaggio chiaro. «Siamo fortunati ad avere in Jeb Bush un talentuoso e abile candidato che ritengo abbia migliori prospettive di vincere un’elezione generale rispetto a Mitt. Mitt ha corso due volte e ha avuto la sua chance di essere presidente. È il momento di cedere il campo ad altri» afferma Oberndorf. A Romney è venuto a mancare anche l’appoggio del manager di hedge fund Paul Singer e della sua schiera di contatti. In favore di Jeb Bush potrebbero muoversi anche pezzi importanti dell’industra americana, come  i fratelli Charles e David Koch, ultra-miliardari (ognuno dei due ha un patrimonio valutato sopra i 44 miliardi di dollari) e ultra-conservatori. I due grandi imprenditori hanno annunciato di voler più che raddoppiare i 400 milioni di dollari che avevano già investito nelle elezioni del 2012. Nel 2016, hanno ufficialmente annunciato, stanzieranno 889 milioni di dollari per influenzare e sostenere le cause a loro care.

La deludente politica estera di Obama

Ma, oltre che nell’establishment economico-finanaziario, la forza di Bush “terzo” potrebbe risiedere  anche e soprattutto  nell’evoluzione del quadro internazionale, soprattutto in Medio Oriente, per effetto della recrudescenza dell’islamismo radicale e terrorista dell’Isis. Forte, in tal senso, è la frustrazione degli ambienti del Pentagono, del Dipartimento di Stato e dell’opinione pubblica più “interventista” per la rovinosa caduta di immagine e prestigio internazionali degli Usa causati dalla politica estera di Obama. L’America ha sbagliato mosse decisive, in questi ultimi anni: dalla pessima gestione della crisi ucraina e dall’inutile braccio di ferro con Putin alla disastrosa politica seguita nel dopo Primavere arabe fino al basso profilo nei confronti dell’Isis di Al Baghdadi cui è stato permesso di costruire, pressoché indisturbato, una sorta di “Stato” tra Siria e Iraq.

Verso una lotta più dura all’Isis?

Jeb Bush appartiene all’ala “moderata” e di “centrodestra” del partito repubblicano, lontano dalle posizioni intransigenti dei Tea Party. Ma il suo nome è una badiera per tutto coloro che sognano un nuovo “secolo americano” nel segno di una politica “imperiale”. E il primo segnale di una eventuale presidenza Bush potrebbe essere proprio un salto di qualità nella lotta all’Isis. Stanno del resto già arrivado segnali che indicherebbero  un rinnovato impegno americano nella lotta all’islamismo radicale.  Il segretario uscente alla Difesa Usa, Chuck Hagel (che si è dimesso in polemica con Obama) ha infatti dichiarato alla Cnn: «Gli Stati Uniti potrebbero avere bisogno di inviare in Iraq truppe di terra non da combattimento per aiutare nella lotta contro lo Stato islamico per esempio con funzione di raccolta di informazioni di intelligence e localizzazione di obiettivi dell’Isis.  Penso che la situazione potrebbe richiedere un ulteriore dispiegamento di alcuni nostri soldati». Hagel ha però aggiunto queste sibilline parole: «Direi che non siamo ancora a quel punto e non so se ci arriveremo o no». Tutto dipenderà dal prossimo presidente Usa, no?