Rimini, obbliga il cuoco gay a rimorchiare una prostituta. Denunciato

A dar retta all’Arcigay si tratta di una storia vera, con tanto di articoli sulla stampa locale e di denunce ai carabinieri. Una storia, a dispetto del periodo in cui è capitata, poco natalizia e che ha come scenario non il consueto sperduto villaggio del Sud arretrato e bigotto bensì la luccicante e godereccia Rimini, capitale nazional-popolare del turismo balneare come più volte è stata immortalata dal suo genius loci Federico Fellini. A raccontarla è Marco Tonti, che dell’Arcigay riminese è il vicepresidente. Protagonista è invece un cuoco quarantenne, destinatario di una “proposta indecente” da parte del suo datore di lavoro. Anzi, più che di una proposta, di un vero e proprio ricatto. Pare infatti che il cuoco sia stato costretto ad abbordare una prostituta e a portarla nel ristorante allo scopo di “dimostrare” urbi et orbi la propria virilità, pena il licenziamento in tronco. Una vera umiliazione, consumata, per giunta davanti agli altri dipendenti.

L’Arcigay: subito la legge sull’omofobia

Particolari su questa singolare “prova del cuoco” non abbondano. Ma poiché il malcapitato risulta sia stato licenziato ricevendo a mo’ di buonuscita insulti in quantità industriali, è presumibile che non abbia soddisfatto le aspettative del ristoratore. Che per questo, giustamente, si è beccato una circostanziata denunciato alla Benemerita. Com’era prevedibile, l’Arcigay ha immediatamente trasformato il cuoco in un simbolo da spendere nella battaglia finalizzata ad introdurre il reato di omofobia non senza aver prima scomodato i «campi di sterminio nazisti» in cui – a dire di Tonti – «centinaia di migliaia di omosessuali imprigionati venivano costretti con la forza ad avere rapporti con prostitute».  Più appropriato appare senz’altro il suo appello ai ristoratori riminesi ad aiutare la vittima, «offrendogli un lavoro». Speriamo venga accolto.

«Pasquà, e sposati il cuoco»

In realtà, il fatto che in circolazione ci siano ancora persone capaci di licenziare qualcuno per i suoi orientamenti sessuali, più che farci confidare in una rapida approvazione della legge contro l’omofobia – ambigua ed insidiosa per quel che può esitare rispetto alla libertà di opinione – dovrebbe imporci di pretendere la riapertura dei manicomi. È una brutta storia ma a sdrammatizzarla non si fa peccato né (almeno non ancora) si commette reato. Viene in mente – chissà perché – don Felice Sosciammocca, lo scrivano impersonato da Totò in Miseria e Nobiltà intento a convincere un riluttante don Pasquale “il fotografo”, pure lui morto di fame, a spacciarsi per aristocratici e così mangiare a sbafo alla mensa di un cuoco arricchito. Per vincerne le perplessità arriva a dirgli: «Pasquà, io un cuoco così me lo sposerei». Benedetta fame.