È possibile fondare una “nuova An”? Ecco chi dice sì, a patto che…

Poco più di un mese fa, Massimo Corsaro, proprio sul Secolo d’Italia, lo presentò come «un sogno»: il ritorno ad Alleanza nazionale, «perché una storia non può finire». «Tra due mesi c’è un ventennale, hai visto mai….», si concludeva il suo intervento, nel quale si immaginavano «uomini e donne della comunità antica» pronti a mettere da parte incomprensioni ed errori per prendere «posto sulla vecchia e gloriosa nave, senza gerarchie, senza discutere del passato, dimentichi di ciò che li separò, fieri di quanto li ha sempre uniti». Ora che quel ventennale è arrivato la domanda si pone anche fuori dalla metafora del sogno: è possibile fondare una “nuova An”? E quindi: cosa resta di quella eredità e come può essere attualizzata?

«Ma ora serve un polo identitario»

Per Paola Frassinetti, oggi coordinatrice regionale di Fratelli d’Italia in Lombardia, «nel periodo storico in cui è arrivata, An è stata una intuizione geniale», grazie alla quale «abbiamo potuto governare a livello nazionale e nelle amministrazioni, mettendo in azione le idee che avevamo sempre propugnato». Frassinetti non nasconde però che ci siano state anche delle criticità, una su tutte: «Molte delle persone aggregate su quale progetto non si sono dimostrate all’altezza, penso all’ala più liberale, al mondo più moderato». E proprio da qui parte la riflessione su come dovrebbe essere oggi una nuova eventuale formazione della destra italiana, prendendo atto di un fatto: «Il panorama politico è cambiato completamente, la destra per conservare i propri valori deve andare verso un polo identitario». Frassinetti cita «la situazione europea», la «crisi economica» e più in generale quegli scenari critici che sono stati prodotti «proprio dal liberismo» e da «una eccessiva predominanza dell’economia sulla politica». Per questo, «una aggregazione verso il mondo moderato ora io non la vedo e penso piuttosto che ci vorrebbe un movimento più agile, più orientato su posizioni di rottura, sulle istanze sociali, una sorta di Msi modernizzato. Credo che la nostra gente voglia qualcosa di questo genere e che qualcosa di questo genere possa essere ciò che risponde meglio al momento».

«Manca una destra moderna, popolare e nazionale»

Maurizio Bianconi, oggi deputato di Forza Italia in netto dissenso rispetto alla linea del Nazareno, ricorda che «le idee camminano sulle gambe degli uomini: se un patrimonio c’era ed è stato dilapidato dagli uomini, allora sta agli uomini rimetterlo insieme». Ma non si sbilancia su come questo potrebbe accadere: «Non sono un indovino», dice. Non ha dubbi però sul fatto che quel patrimonio, anche in una coalizione di centrodestra, «sarebbe attualissimo». Per Bianconi lo sarebbe «specialmente una idea di destra moderna che sfugge agli interessi della grande finanza e rappresenta gli interessi popolari e nazionali». «Questa destra – conclude –  sarebbe quanto mai utile».

«La Fondazione An può e deve avere un ruolo centrale»

Roberto Menia parte dal fatto che fu «un errore capitale sciogliere An». Ha tutta la titolarità per dirlo: fu l’unico che votò no contro quel passo. Per Menia, che dopo l’esperienza in Fli oggi guida una istituzione storica della destra italiana, il Comitato tricolore per gli italiani nel mondo, la fine di An, è stata il momento in cui «è iniziata la disgregazione della destra politica». Un processo che, però, non è irreversibile: «Dietro An c’erano una continuità storica, un patrimonio valoriale che non possono essersi persi, perché rappresentano un filo ininterrotto, non nascevano dal nulla o dal contingente». Queste eredità sono, piuttosto, «disperse in tanti spezzoni e per questo non riescono a contare nei contesti in cui si trovano». «Sono un fiume carsico che deve riemergere e trovare i suoi interpreti». Come? Con un impegno di tutti «ad anteporre l’interesse di una comunità e della nazione» a tutto il resto, con il vantaggio di avere già una “casa comune” in cui ritrovarsi. «Io penso che la Fondazione An possa e debba avere un grosso ruolo per infuturare quei valori. Per questo – prosegue Menia – ho condiviso quella lettera che il presidente Franco Mugnai ha scritto qualche tempo fa agli iscritti. È giusto che la Fondazione si dia da fare e che tutti insieme cerchiamo di ricreare una comunità politica e umana che possa dare nuova dignità e senso di continuità storica alla destra, non con uno spirito reducistico ma pensando a chi verrà dopo. Non abbiamo fatto tutto per gioco, se siamo gente per bene dobbiamo saperci ritrovare».