“Napul’era”. Ma per rinascere deve puntare sui giovani e sul talento

C’era una Napoli che sognava, una Napoli che sperava. Che forse ricordano, in maniera più o meno sbiadita, tutti quelli che sono nati fino ai primissimi anni ’80. E che ci faceva essere ancora orgogliosi di essere e dirci napoletani. La Napoli che esultava allo stadio con quel Maradona che Ferlaino strappò al Barcellona. La Napoli che rideva con Massimo Troisi. La Napoli che faceva cantare tutto il Paese in napoletano con Pino Daniele. La Napoli che guardava al futuro fiduciosa con Bassolino. La Napoli che investiva e che aveva nel Banco di Napoli una cassa solida. Tutti simboli di una città con un cuore che batteva forte. Napoli, pur con le perenni difficoltà e le mille contraddizioni che l’accompagnano da sempre, aveva ancora in sé le caratteristiche e l’autorevolezza di una capitale ed era, soprattutto a livello culturale e politico, un punto di riferimento per l’Italia. Poi, nel corso degli anni ’90, quella stagione, quell’ultima stagione a colori, è finita. Il cuore della città, a poco a poco, ha smesso di battere.

Maradona andò via e il San Paolo cessò di esultare. Un destino triste portò via Massimo Troisi prematuramente. Il rinascimento bassoliniano restó incompiuto.Il Banco di Napoli fu piemontesizzato. La città fu ferita al cuore. Ciò che resta sono, appunto, ricordi, che il tempo dirada e ai quali non rende giustizia. Il cuore di quegli anni non batte più, proprio come ha fatto il cuore di Pino Daniele la notte scorsa. Oggi è come se la città non riuscisse a riprendersi da una notte, calata in fretta, che non vuole passare.

Eppure le possibilità per ripartire ci sono. Così come ci sono gli uomini per farlo.

C’è, ad esempio, Bagnoli, che rappresenta una straordinaria opportunità di sviluppo e di creazione di lavoro. Ci sono Toni Servillo e Paolo Sorrentino, insieme a tantissimi altri artisti. C’è l’ottima squadra di De Laurentiis. Ma, se ci pensate bene, il cuore di tutti questi nuovi simboli non batte a Napoli. Bagnoli è commissariata dal Governo. Servillo e Sorrentino hanno si vinto l’Oscar, ma raccontando di Roma. Il Napoli ha sede e si allena fuori dalla città.

Quasi nessuno dei suoi grandi figli abita più qui. Napoli è divenuta periferia di se stessa. Non si sente e non è più comunità, se non negli avvenimenti tragici che continuano a colpirla. I giovani che hanno idee e capacità vanno via. E come dargli torto: qui se inizi a fare qualcosa sai da dove cominciare, ma non sai se e come completare e finire. Troppi ostacoli, troppa frammentazione, troppa anarchia.

E’ come se la città non vivesse un tempo presente. Alla Napul’è di Pino Daniele è sopravvenuta una sorta di Napul’era, un oblio in cui siamo piombati un po’ tutti. E sembra che a nessuno, o quasi, importi. Napoli oggi è tutta un sonno. Quella che intendeva e cantava Pino era tutta un sogno. Ma per realizzare i sogni occorre svegliarsi e far ricominciare a battere forte il cuore.

E su questo, ci perdonino gli altri, ma i napoletani sono insuperabili. Servirebbe, però, che ci decidessimo a farlo di nuovo.