Meloni: “Oggi come per An la sfida è la stessa: aprirsi senza perdersi…”

La sfida di allora è la stessa di oggi: aprirsi senza perdersi. Parola di Giorgia Meloni, che quando nasce Alleanza nazionale  ha solo diciotto anni. Enfant prodige,  leader del leader movimento studentesco di destra, nel 1995  il futuro ministro della Gioventù è più concentrata sul pianeta scuola-università e meno attenta alle dinamiche del partito degli adulti. “Mi ricordo molto bene che alla  vigilia di Fiuggi vivevo di riflesso, per quello che sentivo dagli altri, quella straordinaria voglia di aprirsi e di cambiamento accompagnata alla paura di perdersi. La necessità di rompere gli schemi e ridisegnare il progetto della destra e insieme il timore della perdita.  Che è la stessa di sempre: uscire in mare aperto e insieme avere nostalgia della terra”.

Chi ha vinto la sfida?

Anche oggi c’è il rischio di non saper cogliere abbastanza il fatto  che a volte l’identità è una camicia troppo stretta, un mito incapacitante si sarebbe detto un tempo. L’importante è  non dimenticarsi da dove si viene, come putroppo è avvenuto  frettolosamente prima di annegarci nel partito di Berlusconi. Ma questa, purtroppo, è un’altra storia.

Torniamo ad Alleanza nazionale…

Il bilancio è decisamente positivo, fu un’operazione sincera, intelligente e ben interpretata, almeno nei primi anni di vita. La destra uscì dal ghetto, dall’autoreferenzialità per diventare finalmente un interlocutore credibile e necessario alla democrazia. E, voglio sottolinearlo, lo divenne non per l’endorsement di Berlusconi, che pure ci fu, ma per un percorso autonomo che portò al congresso di Fini e al cambio di passo. Fu una stagione entusiasmante, ricordo alcuni slogan e documenti, tipo  “pensiamo l’Italia, il futuro c’è già”,  che danno il senso della nuova  centralità della destra nella dialettica politica. Nella fretta del cambiamento, però, si commisero molti errori che vanno riconosciuti e superati, soprattutto nella situazione attuale in cui si cerca la possibile ricomposizione di un centrodestra diviso.

Qual è stato il più macroscopico dei passi falsi?

Credo che la destra non fosse pronta per governare con quella velocità e che la seduzione dell’anello del potere sia stata troppo forte.  E non parlo solo dell’errore di non aver saputo interpretare con purezza la nuova stagione di protagonismo e delle carenze amministrative dovute all’habitus di un’opposizione decennale, ma della litigiosità interna esplosa ben prima della nascita del partito unico. Per i modi  e i tempi scelti, senza un percorso di avvicinamento graduale,  il Partito della Libertà fu un errore clamoroso. Oggi posso rivendicare di averlo detto fin dal principio: si doveva fare una ” federazione tra pari” invece di pensare che per “essere qualcuno” dovevi dire il contrario di quello che avevi detto il giorno prima, perché “aggiornarsi” non è smentirsi. Fu un errore di valutazione, un atto di miopia politica che ha portato all’implosione, anche perché tutte le esperienze di partito unico in Italia hanno dimostrato di aver il fiato corto.