Gasparri vent’anni dopo: «Niente lacrime a Fiuggi, lì nacque la destra senza paura»

Avvenne tutto rapidamente ma nulla accadde per caso in quei mesi che tra il 1994 e l’inizio del 1995 segnarono lo scioglimento del Msi e la nascita di Alleanza nazionale. A  Fiuggi, quando la commozione si mischiava all’ansia per un futuro da navigare in mare aperto, c’era spazio per il cuore della destra ma doveva vincere il cervello che si apriva al centrodestra. «Niente lacrime, per me. Io vissi quei giorni che segnarono la nascita di An con estrema sobrietà. E non perché non fossi legato al nostro passato, semplicemente perché mi ero preparato, e avevo cercato di preparare più gente possibile a quel passaggio storico…», spiega Maurizio Gasparri, che a vent’anni da quel 27 gennaio del 1995 che segnò l’inizio dell’avventura di An, ha ricordi molto vivi di quei giorni. «Non sono un freddo, ma non posso dire di aver vissuto quella fase con una particolare emozione: quei giorni di Fiuggi arrivarono dopo una lunga preparazione che avevo condiviso con Pinuccio Tatarella, il vero motore di quella svolta. Eravamo andati in giro per l’Italia per tutto l’anno precedente a spiegare il perché di quel passaggio ad Alleanza nazionale, parlando alle persone, guardandole negli occhi, circolo per circolo, dei quali si era occupato Adolfo Urso, mentre Gianfranco Fini alla segreteria aveva ricevuto da tempo il mandato di procedere in quella direzione, contro il parere dei rautiani. Ecco perché vissi le giornate di Fiuggi con grande razionalità, lavorando, come al solito, occupandomi delle cose da fare. Ma devo ammettere che qualcosa mi emozionò davvero…».

Cosa?

L’arrivo a Fiuggi di Vincenzo Muccioli con una delegazione della comunità di San Patrignano, della cui accoglienza mi occupai personalmente. Muccioli era un uomo per il quale avevo e ho ancora oggi una grande ammirazione.

Che aria si respirava in quei giorni? Tristezza, ansia, entusiasmo?

Consapevolezza. Ripeto, lo scioglimento del Msi non era stato certo un fulmine a ciel sereno, eravamo pronti, la nostra gente era stata coinvolta e convinta. Anche l’allestimento scenico, a parte qualche raggio laser e il simbolo che appariva e scompariva, non era certo da festa della modernità, non si cercavano gli effetti speciali ma piuttosto l’approfondimento, l’analisi. Io, per esempio, mi occupai dell’emendamento Palmesano, quello sulla condanna dell’antisemitismo e del razzismo, che illustrai personalmente dal palco e che poi fu approvato senza particolari problemi. Erano gli anni in cui la destra aveva fatto le prime esperienze di governo, in quei giorni il governo Berlusconi era stato sfiduciato ed era in carica solo per gli affari correnti: eppure la destra celebrava senza problemi la sua svolta, seguendo un suo percorso preciso che andava avanti nonostante le difficoltà politiche di quella coalizione, fu un segno di grande maturità.

Quale fu la scintilla che portò alla nascita di An? 

Domenico Fisichella nel 1992 aveva scritto un articolo sul “Tempo”, io lo avevo segnalato a Tatarella, e da quel momento fu lui a prendere il comando delle operazioni, convocò le prime riunioni di intellettuali, tecnici, esperti, da Pietro Armani e Gaetano Rebecchini, personalità non missine da far incontrare con il gruppo dirigente missino in gruppi di lavoro in grado di elaborare una piattaforma politica su tanti temi di destra, da quelli economici a quelli etici. A Fini vanno riconosciuti i meriti politici di aver portato avanti quel progetto, a Tatarella di avergli dato corpo.

Da lì a un anno, dopo Fiuggi, sarebbe arrivato il boom elettorale.

Sì, il 15,7% alle Politiche del ’96,  a conferma che con la svolta liberale e moderata la destra andava a intercettare un nuovo elettorato, a cui era utile dare un segno di discontinuità rispetto all’esperienza missina, anche grazie alla sponda politica che ci aveva fornito la discesa in campo di Berlusconi. Altre volte, negli anni precedenti, la destra era stata chiamata alla prova del governo, ma i tentativi erano falliti. Ricordate? Nel ’52, a Roma, quando l’asse Dc-Msi per strappare il Campidoglio ai comunisti fu boicottato da una parte della Democrazia Cristiana, per esempio, poi nel 1960 con l’esperienza del monocolore Dc di Tambroni, nato col sostegno del Msi e poi stroncato da manifestazioni di piazza dei comunisti. Ecco perché per la svolta della destra di governo del ’95, quel passaggio  liberale e moderato, era quasi obbligato: Fiuggi arrivava dopo il successo di Fini a Roma, l’endorsement di Berlusconi,  tangentopoli, il tracollo di Psi e Dc, i tempi erano maturi.

Eppure in quel ’96 il centrodestra perse le elezioni…

Sì, ma solo perché ci presentammo senza essere alleati con la Lega, poi ci fu l’effetto-Rauti, quelle liste della Fiamma Tricolore che ci fecero perdere alcuni collegi senza far eleggere nessuno dei loro, fu più un suicidio del centrodestra che una sconfitta.

Tornaste al governo nel 2001, consolidando la svolta della “destra” finalmente classe dirigente.  Che bilancio ne se può fare oggi?

Io non credo che si possa parlare di occasione mancata, abbiamo fatto tante cose positive, non solo al governo nazionale ma anche a livello locale. Purtroppo alcune battaglie epocali, come le leggi sulla fecondazione assistita, la Fini-Bossi sull’immigrazione, furono poi rinnegate dallo stesso Fini, che iniziò ad abbandonare le posizioni che proprio lui aveva contribuito a formare nella destra conservatrice: dal 2003 in poi iniziò la fase del riposizionamento di Fini, che sappiamo tutti com’è andata a finire.

Quando intuì che qualcosa di quel progetto di Fiuggi si stava sfaldando?

La morte di Tatarella, nel febbraio del ’99, fece saltare gli equilibri, iniziarono gli errori,  il più clamoroso, l’alleanza con Segni.

Infausto Elefantino. Come si arrivò a quel clamoroso scivolone, che riportò An a percentuali da incubo?

Ricordo ancora quel giorno in cui parlammo a lungo con Fini dell’intenzione di fare le liste per le Europee con il Patto Segni. Eravamo nel corridoio Corea della Camera io e Ignazio La Russa, provammo fino all’ultimo a farlo desistere da quell’idea, ma non ci fu nulla da fare. Lo spirito di squadra prevalse sui dubbi e partimmo insieme per quella inopportuna impresa: dopo una riunione dell’esecutivo di An che approvò la decisione, Fini mi disse di far venire subito Segni per un incontro al gruppo alla Camera. I due parlarono a quattr’occhi a lungo e subito dopo Fini  disse a me, a La Russa e Alemanno, più o meno testualmente: “Ma questo non capisce nulla…”. Mariotto non aveva neanche lontanamente idea di cosa significava per noi organizzare una lista con loro, fare una campagna elettorale. Ce ne accorgemmo nelle urne.

Lei condivise la decisione di Fini di sciogliere An nel Pdl, oggi rifarebbe quella scelta?

Certo, anzi: mai come oggi ci sarebbe bisogno di un Pdl, con questa legge elettorale che premia la lista unica. Il progetto aveva una sua prospettiva, poi Fini iniziò a manifestare insofferenza per Berlusconi, a cercare spazi suoi di manovra, a cambiare le sue posizioni, a voler rivendicare un ruolo di competitore invece che di alleato di Berlusconi, nonostante avesse tutta la possiblità di testimoniare nel Pdl anche le sue posizioni laiche, fino a spaccare il Pdl e finire in un angolo con percentuali irrisorie di consenso.

Che ruolo può avere oggi la Fondazione An, che rappresenta e custodisce il patrimonio culturale, storico ed economico della destra italiana?

È fondamentale per lo svolgimento di attività culturali, storiche e sociali, ma non può rappresentare il ponte per la ricostituzione di un partito. Io ho fatto una scelta, con Forza Italia, che considero l’unica possibile per la destra, ovvero la convergenza in un contenitore moderato e liberale, nella mia visione di un sistema bipolare con due grandi partiti a fronteggiarsi. Non servono i partiti di nicchia, neanche a destra, la grande lezione che ci ha lasciato Tatarella è proprio questa. Ognuno fa le sue scelte, è chiaro, ma io, sinceramente, non credo nella rinascita di un partito di destra sulle ceneri di An.