Fini: “A Fiuggi la destra fu capace di pensare in grande e sognare il futuro”

I vent’anni di Alleanza nazionale. Li ripercorriamo con Gianfranco Fini, che della svolta di Fiuggi è stato il principale protagonista.

Perché è nata An? Che bisogno c’era di creare un nuovo partito dopo che nel  1993 avvenne l’esplosivo successo nelle elezioni romane e dopo  la vittoria alle politiche del 27 marzo del 1994 che aprì alla destra le porte del governo dell’Italia?

La grande affermazione missina nelle amministrative del ’93 , che per la prima volta aveva portato all’elezione  anche in città capoluogo di sindaci della Fiamma e, fatto ancor più clamoroso, la nascita del governo Berlusconi con ben 5 ministri da noi indicati, rappresentavano due dati che non è esagerato definire di storica importanza. La nascita di Alleanza nazionale a Fiuggi, alla fine del gennaio 1995, definì in termini culturali e programmatici l’identità del nuovo soggetto politico. È giusto ricordare che era stato Domenico Fisichella a lanciare l’idea di una  grande alleanza nazionale e che al progetto aderirono esponenti non provenienti dalla tradizione missina come  Selva, Fiori, Armani, Rebecchini, Ramponi… ma soprattutto va detto con chiarezza che An non fu un’operazione di maquillage del Msi, ma definì i valori e il programma di una nuova destra. L’ambizione era quella di dar vita a una destra con cultura e capacità di governo, capace cioè di fornire risposte credibili per garantire l’interesse nazionale.

Dopo il Congresso di Sorrento del 1987 lei parlò di fascismo del 2000, che impressione le fece, con il Congresso di Fiuggi annunciare che uscivamo dalla “casa del padre senza più farvi ritorno?

Per rendere credibile il nuovo progetto, era indispensabile, anche se emotivamente difficile, e per certi aspetti doloroso uscire dalla casa del padre con la certezza di non farvi mai più ritorno. Fu giornalisticamente definito lo “strappo” , la scelta di campo irreversibile con la piena accettazione del sistema democratico, dei suoi valori e di conseguenza con l’archiviazione delle nostalgie per il fascismo e della pretesa di costituire un’alternativa al sistema.  Fu una scelta convinta anche se lacerante resa pubblica con queste parole: “L’antifascismo fu un momento storicamente essenziale per il ritorno dei valori democratici che il fascismo aveva conculcato”. E ancora: “La vergogna incommensurabile delle Leggi razziali brucerà per sempre nella coscienza di uomini e di italiani”.

Quale fu il carattere innovativo delle Tesi di Fiuggi?

Un altro passaggio decisivo fu che eravamo “figli di Dante, Machiavelli Gioberti, Rosmini, Mazzini, Croce, Gentile e anche di Gramsci”. Qualcuno si scandalizzò. Non era una trovata mediatica né una ricerca di verginità. Intendevamo ribadire che la carta dei valori della nuova destra doveva comprendere quanto di meglio la cultura politica nazionale aveva elaborato, dovevamo ambire a dar vita a una sintesi di ciò che ancora era attuale nella grandi idealità del passato.

Uno dei momenti fondamentali della storia di An fu la legittimazione internazionale della destra italiana, che ruppe il lungo ostracismo decretato in precedenza nei confronti del Msi…

Non ci fu alcuno sdoganamento, termine relativo alle merci non alle idee. Il voto degli elettori e la chiarezza delle tesi congressuali resero legittima la destra come forza che ambiva al governo del Paese. Dopo 50 anni rientrammo in patria e il riconoscimento ci venne da chi era intellettualmente onesto pur militando a sinistra, come ad esempio Vittorio Foa e Leo Valiani (“An è il partito della nazione”)., Da allora, anche  a livello internazionale nessun esponente politico si rifiutò di incontrare gli esponenti di An come aveva fatto il vicepremier belga Di Rupo con il nostro indimenticabile Pinuccio Tatarella. Il mio viaggio negli Stati Uniti e ancor più la visita in Israele resero evidente che Alleanza nazionale faceva parte a pieno titolo delle forze politiche che si riconoscevano nei valori della libertà e dell’Occidente e che come tali si contrapponevano a ogni politica antiamericana e ripudiavano ogni tentazione antisemita e razzista.

Quali sono stati i momenti salienti della destra di governo?

I quasi 20 anni dell’alleanza, al governo come all’opposizione, tra noi Berlusconi, Bossi e Casini non sono sempre stati facili anche per la congiuntura internazionale, specie sul piano economico-finanziario. Certamente abbiamo commesso degli errori, di cui mi sono assunto la responsabilità, o forse abbiamo perso delle occasioni per cambiare profondamente la realtà italiana sacrificandole sull’altare dei compromessi, peraltro inevitabili, di coalizione. Credo sia però innegabile che la destra ha lasciato tracce visibili della sua azione. Penso alle leggi da noi fortemente volute in materia di lotta alla droga, contrasto all’immigrazione clandestina, tutela della dignità delle forze armate e delle forze dell’ordine, garanzia di sicurezza per il cittadino, difesa  del mondo del lavoro… senza ovviamente dimenticare due leggi di grande valore, anche simbolico, da sempre richieste dal Msi: il diritto di voto e di elezione in Parlamento degli italiani all’estero e l’istituzione del Giorno del Ricordo delle vittime delle foibe. E fummo a un passo anche dalla nascita di una Nuova Repubblica con un presidente eletto direttamente dal popolo sovrano…

Parliamo della dialettica all’interno del partito. Parliamo in sostanza delle correnti. Al di là delle tensioni che si sono prodotte in vari momenti della storia di An, furono un fattore che tenne vivo il dibattito interno?

An discuteva molto al suo interno. Tutti i passaggi importanti e anche le scelte difficili sono state votate dagli organi del partito, non sempre all’unanimità. La classe dirigente ha fornito un contributo importante e solo rarissime volte ho avuto l’impressione – non sta a me dire se corretta – che le cosiddette correnti interne fossero gruppi di pressione.  E va ricordato che, con l’eccezione di una autentica bandiera della storia della destra italiana dal 1946 in poi, quale è stato Mirko Tremaglia, ad assumere le responsabilità di ministri e viceministri sono stati soprattutto coloro che si erano formati nelle fila  del Fronte della Gioventù:  La Russa, Gasparri, Alemanno, Urso, Storace, Landolfi, Meloni. Ciò ovviamente senza nulla togliere  agli esponenti della generazione precedente quali Tatarella, Matteoli, Martinat, Poli Bortone… In altre parole, è stato tutto un mondo umano e politico che ha contrassegnato, con alterne vicende e fortune, la storia di An. Mi è capitato spesso di pensare a quella staffetta generazionale tante volte evocata da Almirante…

Lei in più occasioni ha fatto autocritica a proposito dello scioglimento di An nel Pdl. Ma, al di là di quelli che sono stati gli esiti, quali furono comunque le ragioni di quel passaggio?

A differenza di Forza Italia, avevamo sostenuto il referendum, perso con il 49,9 per cento dei voti, per l’abolizione del 25 per cento di quota proporzionale nella legge elettorale. Volevamo un sistema politico bipolare e bisogna ricordare che era appena nato il Partito democratico con la fusione tra Ds e Margherita. Nel centrodestra non potevamo rimanere al passo, o almeno così mi sembrava all’epoca.

Nel ’94 e nel ’95 la destra rivendicava il merito di avere le mani pulite, cioè di essere estranea alla corruzione e al malaffare. E ora?

Purtroppo è innegabile che vi sono state e vi sono vicende giudiziarie che hanno coinvolto esponenti di Alleanza nazionale. È certamente giusto attenderne l’esito finale per accertare le singole responsabilità, ma sarebbe ipocrita negare che non esiste, come avevamo forse ingenuamente pensato, una “diversità antropologica”. In altre parole, di fronte alla questione morale, cioè alla necessità di contrastare corruzione e malaffare, anche la destra deve dimostrare con i fatti di esserne capace. È esattamente  quel che è accaduto anche a sinistra  dove , non a caso, la “diversità” a suo tempo evocata da Berlinguer è oggi solo uno sbiadito ricordo, ammesso che sia mai esistita.

Cosa rimane oggi di intangibile nella storia di An?

Credo che il successo di An sia dipeso dal fatto di avere una identità ben definita  e chiaramente percepita dagli elettori. Dopo le dolorose vicende del recente passato, le tante divisioni, le aspre polemiche, è proprio una identità precisa ciò che oggi manca alla destra. Forse chi era a Fiuggi è su questo aspetto che dovrebbe interrogarsi, quali che siano le scelte compiute e l’attuale collocazione. Cosa vuol dire destra a proposito di unificazione europea,  globalizzazione e società multietnica, finanziarizzazione dell’economia, principio di legalità, crisi demografica e proletarizzazione del ceto medio, politiche industriali, rapporto Stato società…

Nel gennaio 1995 la destra seppe guardare avanti, pensare in grande, sognare e in parte costruire il futuro. Oggi molto è cambiato, ma la sfida non è poi così diversa. Solo il tempo dirà se la comunità umana, di ieri e di oggi, che si sente di destra  sarà all’altezza del compito. Personalmente,  e nonostante tutto, sono ottimista.