Contrordine camerati, Salvini: «Sono comunista», e spiazza la sinistra

«Sono un comunista vecchia maniera». È un Matteo Salvini che non ti aspetti, quello che domenica dai microfoni di Che tempo che fa, incalzato da Fazio, rivendica la sua identità rossa e spiega di sentirsi «più di sinistra di Renzi». «Se fossi un marziano – aggiunge – e dovessi votare Renzi in base a quello che dice  in tv lo voterei. Ma non ne mantiene una…». Colpaccio mediatico o passo falso? Di sicuro l’outing spiazza la sinistra che vede il “camerata Matteo” come la peste. Per evitare la delusione dei nuovi fan arruolati tra le fila di CasaPound e degli ex An, Salvini chiarisce che il suo è un comunismo sociale, niente bandiere rosse e Internazionali: «Conosco più fabbriche io di chi frequenta i banchieri». Che tra un post e l’altro su Facebook abbia scoperto il Fascismo immenso e rosso di Robert Brasillach, il poeta francese fucilato nel 1945 per le sue idee? Che qualcuno gli abbia passato sotto mano qualche volume di Giano Accame?

Cravatta rossa

Il suo telefono squilla a vuoto, ospite di Agorà, prima tappa del suo tour mattutino per radio e televisioni. Ma non è un mistero che il giovane Matteo, classe 1973, iscritto alla Lega celodurista di Bossi dal 1990, nel 1997 venne eletto al Parlamento padano come capolista dei Comunisti padani. «In Lega ero accusato di avere l’orecchino e la barba e di essere un po’ strano», aveva detto a Bersaglio mobile prima delle elezioni europee. Un dettaglio buttato là per bucare il video o forse per strizzare l’occhio alla gauche approfittando della presenza in studio di  Barbara Spinelli, candidata con la lista  Tsipras. E la cravatta rossa? «È il colore della Repubblica Veneta col simbolo del leone di San Marco, non è rossa per altri motivi…».

 Dal pugno chiuso alla Le Pen

Astuto, disinvolto, capace, l’enfant prodige del nuovo Carroccio in versione sudista, che si prepara a marciare su Roma il 28 febbraio, si guarda a 360 gradi e non ha problemi di colore e di casacca. Dal comunismo giovanile all’abbraccio con Marine Le Pen, alle porte spalancate ai militanti della destra identitaria sedotta dal verbo del “Capitano”, come lo chiamano i suoi,  e in cerca di nuovi approdi. Tutto va bene nell’Italia post-ideologica afflitta dalla normalizzazione genziana in nome della crociata contro l’Europa della grande finanza e l’immigrazione clandestina. Tutti tranne Alfano, ça va sans dire.