La Cina comunista contro la strage di Parigi… e contro la satira della rivista

Terrorismo islamico, libertà di stampa, satira e censura visti e commentati dalla Cina. Mentre in questi giorni in ambito europeo il dibattito politico sul terrorismo jihadista ha fin troppo spesso assunto toni ipocritamente politically correct e raggiunto conclusioni inaccettabili fondate su dinstinguo antropologici e assiomi culturali che, con il sangue che scorreva a Parigi, risultavano a dir poco inaccettabili, la Cina nel commentare a sua volta la carneficina di Charlie Hebdo conferma i suoi convincimenti apertamente illeberali. E infatti, se da una parte Pechino ha fermamente condannato l’attacco terroristico alla redazione del periodico satirico di Charlie Hebdo, dall’altra la stampa ufficiale, pur biasimando l’episodio, ha argomentato pretestuosamente sulla necessità di approfondire le informazioni a riguardo, posticipando la sentenza giornalistica definitiva a una maggiore comprensione dei fatti, senza lasciarsi sfuggire la ghiotta occasione di sfruttare demagogicamente l’accaduto per criticare la visione occidentale dei valori e della libertà di stampa.

La “libertà di stampa” a Pechino

Del resto, senza nulla togliere all’eclettismo dei cinesi, riconoscergli gusto e rispetto per la satira sarebbe davvero troppo. E infatto, secondo un editoriale del Global Times, giornale vicino alle posizioni del partito comunista cinese, «dal punto di vista d’Oriente, quello che Charlie Hebdo ha pubblicato non è completamente difendibile ed è comprensibile che alcuni musulmani si sentano male per le vignette nella rivista». Un affondo non proprio in punta di fioretto, quello sferrato dall’editoriale cinese, in linea con l’orotodossia cinese che notoriamente considera la libertà di pensiero e di stampa un disvalore pericoloso da monitorare e osteggiare più che un diritto sacrosanto da difendere. Un dogma tipico dell’ortodossia dittatoriale comunista ribadito non proprio tra le righe, pur se “stemperato” dalla doverosa osservazione proposta qualche passaggio dopo sempre nell’editoriale non firmato, relativa al fatto che nulla può comunque giustificare «un attacco che è andato oltre i confini civili di tutte le società».

Dogmi comunisti e “favoritismi” occidentali?

Poi, tanto per rientrare nei ranghi dell’integralismo dittatoriale cinese, il quotidiano conclude lamentando una “deprecabile” disparità di considerazione tra i fatti di Parigi – a cui sono seguiti condanne e sdegno internazionali – e quanto verificatosi invece per il Celeste Impero al momento degli “attacchi terroristici” – come Pechino ha definito gli scontri avuti tra le forze di polizia e la minoranza uighura – in Cina. Per il giornale, infatti, «la lotta al terrorismo ha bisogno di un alto livello di solidarietà tra la comunità internazionale. Il mondo è sempre unificato nella sua risposta agli attacchi terroristici che si sono verificati in Occidente, ma quando è il turno dell’Occidente a reagire a questi attacchi in paesi come la Cina e la Russia, spesso si limita a giri di parole». A buon intenditor, poche parole: è proprio il caso di dirlo…