Attaccarono Ratzinger per il discorso di Ratisbona. Ma il Papa aveva ragione

Onestà intellettuale vorrebbe che quanti criticarono Joseph Ratzinger per il famoso discorso di Ratisbona oggi chiedessero venia. Ammettano che il Papa aveva ragione. La sua Lectio magistralis, tenuta all’Università di Regensburg, oggetto di scherno e relegata, irrispettosamente, nel catalogo degli incidenti di percorso, torna oggi di grande attualità. Otto anni fa Benedetto XVI aveva esattamente individuato il male che corrode l’Occidente. Ossia un  certo modo di intendere la ragione. Non fu dunque quel discorso soltanto una aperta condanna dell’uso della violenza e del fanatismo che strumentalizzano il nome di Dio. Fu qualcosa di più ampio, di più profondo e profetico. Un  pensiero alto, lungimirante, incardinato in un nucleo filosofico, teologico, storico e culturale sulle cui basi il grande Pontefice filosofo poneva alcune domande cruciali. Domande che si ripropongono con forza all’indomani delle stragi di cristiani nel cuore della Siria e dell’Iraq e del feroce, orribile attentato dei tre terroristi islamici addestrati nelle milizie jihadiste contro l’inerme redazione del giornale satirico francese “Charlie Hebdo”. Domande cruciali, appunto. Come quella sul rapporto tra spada e ragione.

L’editoriale del New York Times

Prendendo come spunto il dialogo tra Manuele II Paleologo e un persiano colto, Ratzinger affrontava il tema dell’uso della violenza per affermare il proprio credo religioso. In quel dialogo Manuele criticava apertamente Maometto, sostenendo che “non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio”. Da quella citazione venne fuori un putiferio. A reagire non fu soltanto parte del mondo islamico. Persino nel mondo cristiano ci fu chi pretese che il Papa si scusasse. Lo scrittore indiano, Salam Rushdie, autore de I versi satanici ,  confessò di essere rimasto scioccato da un editoriale del New York Times ,che  chiedeva al Papa di scusarsi perché a Ratisbona aveva citato un personaggio del XV secolo, con cui tra l’altro non era d’accordo. “Perché pretendere le scuse, per un testo bizantino? – si chiese  – Non ricordo l’ultima volta che è accaduto un fatto simile, nella storia. La Chiesa ci ha messo 400 anni per scusarsi con Galileo, ma il mondo ha preteso che si scusasse con l’Islam in 8 minuti”.

Le basi del dialogo tra religioni e culture

Eppure, in quel discorso, Benedetto XVI aveva parlato anche di altro, del rapporto tra scienza e fede. Aveva stimolato le coscienze e le intelligenze a procedere verso “un allargamento del nostro concetto di ragione e dell’uso di essa”. Altra questione cruciale, decisiva, quella di combattere le minacce derivanti da un uso distorto delle conquiste scientifiche. Come, si chiedeva il Pontefice? Veicolando fede e ragione verso una forma nuova di unità. L’unica unità , concludeva, capace di alimentare il dialogo vero tra diverse culture e religioni di cui il mondo avverte “urgente bisogno”. Di qui si snoda, poi,  il passaggio centrale del discorso: “Nel mondo occidentale domina largamente l’opinione che soltanto la ragione positivista e le forme di filosofia da essa derivanti siano universali. Ma le culture profondamente religiose del mondo vedono proprio in questa esclusione del divino dall’universalità della ragione un attacco alle loro convinzioni più intime. Una ragione, che di fronte al divino è sorda e respinge la religione nell’ambito delle sottoculture, è incapace di inserirsi nel dialogo delle culture”. Che ne pensano ora di quelle parole i tanti detrattori di allora? Si facciano un esame di coscienza.