Alfano: pugno di ferro coi terroristi. Ma la Lega: non è credibile

Il ministro Alfano riferisce a Montecitorio sui possibili rischi connessi al terrorismo internazionale dopo i tragici fatti di Parigi ormai all’epilogo. Al fianco del ministro dell’Interno alle prese con l’informativa urgente relativa a foreign fighters di casa nostra e alla minaccia jihadista, il ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi e, di fronte a loro in un’Aula semi-deserta, la rappresentanza della Lega, decisamente quella maggiormente in forze. A Montecitorio, infatti, spiccano le esigue presenze di molti gruppi, a partire da quello del Pd, in Aula più o meno con un quarto dei suoi deputati.

Uno dei killer noto alla nostra polizia

Dal controllo dei flussi migratori al monitoraggio sulle moschee disseminate sul nostro territorio – centri di diffusione dell’odio islamico contro il nemico occidentale – fino alla disamina sui foreign fighters presenti sul territorio nazionale, il ministro Alfano ha scandagliato i diversi fronti aperti. Un lavoro incessante grazie al quale, per esempio, – ha spiegato il titolare del Viminale – uno dei killer di Parigi, Cherif Kouachi, era noto alle forze di polizia italiane come appartenente alle filiere islamiche dirette in Iraq, pur non avendo mai varcato i nostri confini. Una possibile presenza che sarebbe andata a mescolarsi a quelle dei 53  foreign fighters censiti, passati per l’Italia, di cui quattro italiani, due dei quali sono Giuliano Delnevo, morto lo scorso anno in Siria, ed un giovane che – ha riferito Alfano – si trova attualmente altrove. La quasi totalità dei combattenti che hanno avuto a che fare con noi, ha quindi concluso sull’argomento il ministro, «è ancora attiva nei territori di guerra, mentre la restante parte, minoritaria, è morta in combattimento o è detenuta in altri Paesi».

Italia nel mirino?

Un lavoro costante, quello dell’intelligence, che non consente assolutamente di abbassare la guardia neppure per un istante e che, come ha dichiarato in queste ore lo stesso Alfano commentando l’eccidio di Charlie Hebdo, può comunque non essere sufficiente ad escludere del tutto il rischio di agguati terroristici. E allora, la domanda ricorrente in questi giorni riguarda proprio le probabilità che l’Italia possa essere il prossimo bersaglio nel mirino dei jihadisti. «Non abbiamo segnali che indichino specifiche forme di rischio per il nostro Paese o per interessi italiani», ha provato a rispondere a riguardo il numero uno del Viminale, aggiungendo a stretto giro che «siamo tuttavia esposti all’insidia terroristica, innanzitutto perché ospitiamo la massima autorità del cattolicesimo, a volte additata nei farneticanti messaggi di Al Bagdadi tra i possibili bersagli, nonché per la tradizionale vocazione atlantista del nostro Paese e l’amicizia con gli Stati Uniti». Vero è comunque, che dopo l’attentato di Parigi è stato organizzato «l’immeditato rafforzamento dei dispositivi di vigilanza ed il monitoraggio di obiettivi sensibili», a dimostrazione di come, ha evidenziato Alfano, l’attenzione preventiva venga posta «non solo sui siti istituzionali e i luoghi culto, ma anche verso sedi di giornali e tv e nei riguardi di personalità pubbliche che, in ragione della loro attività politica, potrebbero essere oggetto di attenzioni terroristiche».

Le reazioni dell’Aula

Una insidia, quella jihadista, che amplia lo spettro delle sue possibilità d’intervento, tanto che nella sua informativa urgente alla Camera il ministro Alfano ha annunciato nuove misure in via d’adozione contro «la nuova minaccia rappresentata dal terrorismo molecolare, dal terrorista home made che si radicalizza, si addestra, magari da solo sul web, senza appartenenza a reti strutturate». Tra le norme presentate, dunque, anche «le pene contro chi organizza gli spostamenti dei foreign fighters, il ritiro del passaporto, lo stop alla vendita di precursori di esplosivi, la definizione di una black list dei siti a rischio». Linea dura e braccio di ferro, annunciati dal ministro Alfano, accolti con reazioni molto diverse: come quella del Carroccio che, per bocca del deputato Paolo Grimoldi ha accusato il governo di «collaborazionismo con i terroristi». Un governo responsabile di aver «azzerato il fondo espulsioni… Il ministro Alfano dice che bisogna ritirare i passaporti? – ha proseguito polemicamente l’esponente della Lega – ma se i terroristi andate a prenderli con le navi da guerra sul bagnasciuga dei Paesi musulmani che manco hanno addosso i documenti?»… Una guerra, ha sostenuto a sua volta in replica Ignazio La Russa (FdI), che «i terroristi islamici ci hanno dichiarato» e che «non voler combattere significa avere già perso».