Acca Larenzia, il mistero del killer zoppo e l’indignazione di Almirante

Un anno fa, in occasione dell’anniversario della strage di Acca Larenzia, Valerio Cutonilli (autore con Luca Valentinotti del libro Acca Larentia. Quello che non è stato mai detto, ed. Trecento)  in un articolo sul Tempo rivelò un particolare inquietante su quella sera del 7 gennaio 1978: “La sera del 7 gennaio 1978 un uomo si affacciò dalla finestra e vide un gruppo di assassini che fuggiva, notando un particolare cruciale. Un membro del commando, che aveva appena compiuto la strage di Acca Larenzia nella sezione Msi al Tuscolano, zoppicava vistosamente. Nonostante l’indicazione «fisica» del testimone ai poliziotti dell’ufficio politico della questura, nessuno fece approfondimenti. Quell’indicazione preziosa all’epoca venne inspiegabilmente snobbata”.

Un particolare inedito

Un particolare inquietante ma soprattutto inedito, venuto a galla per la prima volta nel 2014 e che non ha dato purtroppo nuovo impulso a indagini che all’epoca furono chiuse in fretta e in modo grossolano (come nel caso del capitano dei carabinieri indicato dai testimoni come colui che aveva sparato a Stefano Recchioni). “Nel 1978 – scrisse Cutonilli sempre sul Tempo – l’area romana dell’estrema sinistra era indubbiamente vasta e molto difficile da scandagliare. Ma non sarebbe stato come scovare un ago nel pagliaio. Nella risposta scritta del 16 luglio 2012, resa dall’ex Sottosegretario all’Interno Carlo De Stefano all’interrogazione parlamentare del deputato Francesco Biava, vengono fornite informazioni di eccezionale rilevanza. De Stefano spiegò con dovizia di particolari quanto era stato accertato dagli investigatori negli anni successivi all’attentato. La sigla utilizzata per rivendicare l’eccidio, i Nuclei armati per il contropotere territoriale, costituiva in realtà l’evoluzione di un sodalizio eversivo operante sin dall’autunno 1975 e che prima dell’azione del Tuscolano aveva già effettuato, tra l’altro, cinque attentati contro obiettivi missini nella provincia romana. Grazie alle delucidazioni giunte dal Sottosegretario all’Interno, è possibile desumere che l’ambiente politico nel quale si nascondeva lo “zoppo” avvistato dal testimone oculare non fosse poi così ampio”.

L’omicidio Giaquinto e le parole di Almirante

Ma Acca Larenzia, insistono gli analisti e gli storici di quegli anni torbidi, era solo un altro tassello per preparare il terreno al rapimento di Moro e gettare il paese nel caos e nella sfiducia  oltre a rappresentare il punto di non ritorno per tanti giovani che decisero di armarsi dopo l’ennesimo eccidio destinato a restare impunito. Non vi era interesse a ricostruire la trama delle responsabilità. E non ci furono né comprensione né dialogo verso i missini e verso la destra nei giorni successivi a quel lutto così atroce e lacerante e un anno dopo, nel 1979, il divieto di un corteo del Msi per commemorare i caduti del Tuscolano portò alla manifestazione non autorizzata a Centocelle in cui cadde per mano di un agente della polizia di Stato il giovanissimo Alberto Giaquinto. Omicidio dopo il quale Giorgio Almirante (nella foto con il padre di Francesco Ciavatta) tenne in aula uno dei suoi discorsi più toccanti ed emotivamente coinvolgenti.

“I giovani vogliono giustizia”

“Sono il segretario del Movimento sociale italiano-Destra nazionale, partito nato 32 anni or sono – disse in quell’occasione – che ha onoratamente vissuto alla opposizione quasi tutta, posso dire tutta, la sua vicenda politica, nel bene e nel male, sbagliando o a ragione. A questo partito dovete guardare con attenzione e con rispetto, anche perché non avete nulla da darci e non abbiamo nulla da darvi, se non la nostra seria e responsabile partecipazione alla vita politica del nostro paese; non avete nulla da darci, lo ripeto. Non abbiamo mai partecipato alla lottizzazioni, che piacciono tanto a voi, ai vostri amici, ai vostri scherani, ai vostri complici, ai vostri mercenari. Ed allora parliamoci chiaro. Ritenete di poterci tenere, ritenete di poter tenere questo partito, non solo nella sua classe dirigente ma nella sua gioventù che c’è, alla faccia vostra! al di fuori delle norme della convivenza umana e civile? Ritenete di non potere dar luogo a giustizia per quanto ci riguarda, perché questo noi reclamiamo (non privilegi ma giustizia)? La giustizia se lo ricordi, onorevole ministro, nell’esercizio della sua funzione è la sola alternativa alla violenza. Non ne esistono altre. È inutile parlare di pacificazione. No, la giustizia ci vuole! I giovani questo vogliono, a questo hanno diritto”. 37 anni dopo, quella richiesta di giustizia resta ancora inascoltata.