Tutte le intercettazioni di Carminati. Voleva una tomba comune per i “camerati morti in azione”

Gli anni dell’adolescenza con la pistola in tasca, quelli della fuga in Libano, dei rapporti con la banda della Magliana, delle accuse e dei processi, finiti per lo più in assoluzioni. Massimo Carminati, attraverso le intercettazioni, fa quello che non ha mai voluto fare direttamente: si racconta, prima di tutto come uomo.

«A vent’anni so’ sempre bei tempi»

«Autobiografia del boss nero» la chiama Giovanni Bianconi in un lungo articolo sul Corriere della Sera. Il giornalista, che sulla vicenda dei Nar ha scritto il libro A mano armata, ricostruisce la vita di Carminati mettendo in ordine pezzi di conversazioni carpite dai Ros. «A quattordici anni avevo la pistola, una 7,65, 20mila lire la pagai. Ci andavo a scuola», racconta l’ex Nar a un ragazzo, identificato dagli investigatori come «un giovane della destra radicale di oggi», al quale spiega: «Compa’, a me m’hanno bruciato casa due volte». Nel corso della conversazione emerge una nostalgia che non è da “reduce”, ma da uomo ormai più prossimo ai sessanta che ai cinquanta. «Erano bei tempi, però?», domanda il ragazzo. «A vent’anni so’ sempre bei tempi», è la risposta.

Quelli della Magliana? «Una banda di accattoni»

Nessuna mitizzazione, dunque, degli anni della lotta armata. E nessuna mitizzazione anche degli anni in cui a Roma operava la Banda della Magliana, arrivati dopo un periodo in Libano. «Banda di accattoni, straccioni», li definisce Carminati, che riconosce loro solo la forza della ferocia. «Per carità, sanguinari, perché si ammazzava la gente senza manco discutere», spiega, aggiungendo poi che «loro vendevano droga, io la droga non l’ho mai venduta, non mi ha mai interessato». Lui, all’epoca, faceva le rapine, «dieci banche al mese». A legarlo a quel sodalizio criminale era, invece, l’amicizia. Il negro, Franco Giuseppucci, «l’unico vero capo che c’è mai stato della banda della Magliana» era suo amico. Per il resto è come se Carminati volesse marcare le differenze. «Io facevo politica, poi la politica ha smesso di essere politica ed è diventata criminalità politica, perché c’era una guerra a bassa intensità prima con la sinistra e poi con lo Stato».

«Mi faccio crema’ e butta’ nel cesso»

I legami di amicizia emergono come centrali per Carminati, che si mostra disinteressato a tutto, alla vita stessa, di cui «a me – dice – non me ne frega un cazzo». Il “re di Roma” teorizza di farsi cremare e «buttà nel cesso», facendo salvo «un pollice» per lasciare impronte su scene del crimine. «Così dicono che sono ancora vivo» e, da morto, può farsi beffe di una macchina giudiziaria che negli anni gli ha «accollato tutto e il contrario di tutto»: delitto Pecorelli, P2, manovalanza per i servizi segreti, strage di Bologna.

Una tomba per i camerati morti «in azione»

Ma se tutto questo sembra superato e l’attenzione, negli anni recentissimi, si è concentrata solo sul timore che gli inquirenti mettessero «er cappello su tutto er cucuzzaro», ovvero scoprissero – è l’interpretazione degli investigatori – il sistema della “mafia criminale”, il pensiero degli amici invece non lo ha mai abbandonato. In altre intercettazioni Carminati racconta del tentativo di dare una tomba comune ai camerati morti «in azione», di come avesse anche «trovato un posto» e fosse stata avanzata una richiesta al Comune. Un progetto di cui alla fine non si fece niente perché le famiglie erano in disaccordo tra loro, ma al quale teneva: «A me mi avrebbe fatto piacere sta’ con gli amici miei…».

Un’altra verità sulla fine di Alibrandi

In questo contesto cita Giorgio Vale, che avrebbe voluto in quella tomba, mentre in un altro passaggio rivela una versione inedita sulla morte di un altro amico dell’epoca, morto come Vale in uno scontro a fuoco: Alessandro Alibrandi. «Alibrandi lo hanno ammazzato i suoi, è morto per fuoco amico», racconta Carminati, spiegando di riferire quello che gli ha detto Lorenzo Lai, «che stava là peraltro non è mai uscita la cosa perché – dice Carminati intercettato – però lui là… la sfiga…porello». Dunque, non ucciso dalla polizia, come si era creduto finora. «I poliziotti – dice Carminati – lui li aveva addobbati tutti e due! Gli hanno sparato per sbaglio… perché è successo che …praticamente… lui stava dalla parte della strada… e gli altri avevano attraversato… c’era Lai.. stava attraversa’ la strada… è passato un camion in mezzo» e i “suoi”, sentendo gli spari, avevano sparato a loro volta alla cieca, per via del camion. Così colpirono Alibrandi.