Svanisce l’ipotesi di sciogliere l’Urbe per mafia: arrivano gli ispettori

A sette giorni dallo tsunami di MafiaCapitale che si è abbattuto su Roma, è ormai certo lo sbarco in Campidoglio di una task force di ispettori prefettizi per l’acquisizione degli atti con la mission impossible di fare pulizia nel ginepraio della gigantesca tangentopoli capitolina. Mentre Matteo Renzi, maglione rosso e jeans, assicura al popolo dem che «non lascerà la città in mano ai ladri» per esorcizzare il pesante coinvolgimento della sinistra nella maxi-inchiesta, il destino del sindaco Ignazio Marino, della sua giunta e del Consiglio comunale è appeso alle decisioni del Viminale, che ha delegato il prefetto Giuseppe Pecoraro a esercitare i poteri di accesso e di accertamento.

Roma non è mafiosa

Sembra allontanata l’ipotesi più nera, quella dello scioglimento del Comune di Roma per infiltrazioni mafiose sulla quale fin dal principio il ministro Angelino Alfano è andato molto cauto (il destino dell’Urbe non può essere equiparato a quello di un piccolo comune di provincia). Nelle prossime ore a Palazzo Senatorio il primo cittadino incontrerà  il prefetto prefetto di Roma per fare il punto su una situazione che non ha precedenti. Finora la Prefettura ha frenato le ricostruzioni giornalistiche sugli scenari e ha ribadito che qualsiasi decisione sarà presa solo dopo un incontro con il ministro Alfano.

Tre scenari

Sono tre gli scenari possibilii: lo scioglimento del Comune, l’invio di funzionari del ministero dell’Interno per acquisizione degli atti, l’attesa che la magistratura concluda l’inchiesta. In tutti e tre i casi le conseguenze immediate sulla politica (e non solo) sono devastanti. La prima strada ha il sapore dell’ultima spiaggia: lo scioglimento del consiglio per mafia trascinerebbe l’Italia in un crack mediatico mondiale con ripercussioni inaudite per l’immagine della Capitale e per l’economia. Per non parlare delle difficoltà tecniche messe in luce dal Viminale: lo scioglimento prevede un lungo commissariamento di almeno 18 mesi oltre al divieto di ricandidatura di tutti gli attuali consiglieri dell’Assemblea capitolina, anche chi non è minimamente sfiorato dall’inchiesta.

Cosa dice la legge

La delicata materia dello scioglimento per mafia di un  Consiglio comunale o provinciale è regolata del testo unico sugli enti locali, che prevede la possibilità solo  quando «emergono concreti, univoci e rilevanti elementi su collegamenti diretti o indiretti con la criminalità organizzata di tipo mafioso».

Marino temporeggia

La terza via, quella più attendista che lascia il boccino nelle mani dei magistrati, rischia di incancrenire ulteriormente la situazione trascinando la città in un galleggiamento poco gradito ai romani, che difficilmente potranno accontentarsi di un restyling all’amatriciana con un impastino di giunta e il battesimo di un assessorato alla Legalità. È questa infatti la carta che ” Marino il moralizzatore” vorrebbe giocare  («Immagino una figura all’interno o all’esterno della giunta che rafforzi la nostra squadra…»), dopo aver ipotizzato un “governo di salute pubblica” con l’ingresso dei Cinquestelle.   Il sindaco, che in queste ore il Pd romano è costretto a riabilitare come l’unica diga contro il ricompattamento del centrodestra, temporeggia aspettando che altri decidano: «Adesso faremo un po’ di raccolta differenziata: separeremo i buoni dai cattivi…».

Elezioni subito

«Abbiamo salvato Roma due volte con due decreti perché si andava in default. Io dico che non può essere derubricato da Renzi a un tema di ordine prefettizio» ha detto l’azzurro Giovanni Toti. Il centrodestra (da Forza Italia a Fratelli d’Italia) affila le armi con la richiesta di dimissioni del sindaco, coinvolto nel pasticciaccio con un suo assessore, e il voto anticipato. Stando all’inchiesta, destinata ad allargarsi a macchia d’olio, nell’amministrare la città il sindaco (che ha devoluto il suo primo stipendio al ras delle cooperative finito in carcere, Salvatore Buzzi) non ha certo marcato discontinuità con il passato. L’unica strada percorribile per l’opposizione capitolina è quella dell’azzeramento lasciando che siano i romani a decidere nella cabina elettorale.