Lo spinello elettronico debutta in Francia ma è nato in Italia

La moda è esplosa all’inizio dell’estate scorsa in Olanda. Un successo immediato che ha fatto registrare l’incredibile trend di 10.000 pezzi venduti al giorno. Lo spinello elettronico, una sigaretta monouso fatta a forma di canna e contenente cannabis senza, tuttavia, i principi attivi del Thc, il delta-9-tetraidrocannabinolo, ha stracciato tutti i record di vendite, pure al costo di poco meno di 9 euro a pezzo. Chiamato e-njoint come l’omonima azienda che la produce, la E-njoitn, appunto, – sito giovalistico in 19 lingue (escluso l’italiano) dagli ammiccanti colori psichedelici – la canna elettronica contiene un cocktail liquido di glicole propilenico e glicerina vegetariana addizionato da un gusto fruttato a scelta fra melone, frutto della passione, fragola, ciliegia rossa, mela verde o energizzante dolce e poi vaporizzato. Ad ogni tiro, sulla parte esterna, s’illumina una foglia di canapa. «Queste sostanze – ci tengono a sottolineare i produttori – vengono utilizzate ogni giorno, nei cosmetici, nelle miscele per dolci, nelle bibite, e nei condimenti per insalate. Più di 1500 applicazioni, la maggior parte delle quali nel settore della nutrizione e delle bevanda».
Ma ora la canna olandese e l’azienda che la produce devono fare i conti con l’agguerrita concorrenza che ha sniffato l’aria di business e che si è buttata a capofitto nell’affare, varcando le frontiere: da oggi lo spinello digitale si vende anche in Francia dove la società franco-ceca Kanavapè, “canna a vapore” conta di bissare i successi della sorella olandese che assicura, con un certo esaltato orgoglio, fino a 500 sbuffi con uno spinello a vapore. Immediate le polemiche. Anche perché mentre la E-njoint sul suo sito spiega che pur non essendo l’e-njoint una sigaretta, pur non contenendo nicotina né il principio attivo del tetraidrocannabinolo, tuttavia è consigliato non utilizzare la canna elettronica sotto i 18 anni e nel caso di donne in gravidanza, la Kanavapè, viceversa, chiede espressamente ai visitatori del sito di dichiararsi maggiorenni prima di accedervi pur specificando, una volta entrati, che anche la Kanavapè non contiene il principio attivo Thc.

Un business corposo dietro al vapore degi spinelli elettronici

Di più: l’azienda dichiara apertamente – mentre gli esperti transalpini si dividono sulla pericolosità o meno della canna digitale – che il prodotto è realizzato con canapa legale non contenente Thc, che, quindi, non ha effetti psicotici e che ha semplicemente un potere rilassante e antistress. Insomma sbandiera con accorte strategie di marketing l’azienda franco-ceca, il prodotto «offre tutti i vantaggi di cannabinoidi senza tuttavia l’effetto psicoattivo, grazie all’estrazione della canapa senza molecole di Thc» aggiungendo che «la cannabis è una pianta che contiene più di 80 cannabinoidi» e, fra questi, «solo il Thc» ha effetti euforici e psicotici. Nella Kanavapè, viceversa, viene utilizzato il cannabidiolo o CBD che viene presentato come «anti-psicotico, non euforico e rilassante» ma che ha effetti sedativi e ipnotici.
Sembra di capire, in un caso come nell’altro, che si tratti, insomma, più di un’operazione di marketing che di altro. Ma le cose non stanno, in realtà, esattamente così. Perché dietro le volute vaporizzate delle canne elettroniche c’è dell’altro, s’intravede un business ben più corposo.
Sébastien Beguerie e Antonin Cohen, i due imprenditori che sono dietro al fenomeno Kanavapè, sono in realtà due vecchie volpi che spuntano anche alle spalle di un’altra realtà, l’Ufcm, l’Unione Francofona per l’utilizzo dei cannabinoidi in medicina, un business immenso rispetto a quello delle canne elettroniche, un’organizzazione che è una vera e propria lobby, potentissima e ammanicatissima, che sta spingendo per aprire la strada alla liberalizzazione dei cannabinoidi come è accaduto già in numerosi Stati, soprattutto negli Usa.

L’idea nasce all’interno del ministero dell’Agricoltura italiano

In realtà la premiata ditta Beguerie&Cohen è molto di più. Cohen è un fondatore di startup nel settore biotech, e il cervello del business KanavapèBeguerie, un master in Scienze ambientali con specializzazione in fisiologia vegetale e cannabis medica e un’esperienza nel Dipartimento sulla Cannabis guidato dal Professor Giampaolo Grassi all’Isci di Rovigo, l’Istituto Sperimentale per le Colture Industriali all’interno del Centro di Ricerca per le Colture Industriali del ministero dell’Agricoltura italiano, è, invece, dietro alla Quantum9, un’azienda di consulenza il cui claim è “Cannabis is our passion” che «fornisce soluzioni sostenibili per l’industria della cannabis con la gestione dei processi di orticoltura, l’uso efficiente delle risorse naturali scarse come l’acqua e l’energia, sistemi di automazione delle coltivazioni, la tecnologia, l’ottimizzazione dei processi di business» per «aiutare le organizzazioni» ad evolversi dal giardinaggio da mercato all’orticoltura industriale».
Ma Sébastien Beguerie è anche il fondatore di AlphaCAT, un’azienda che opera, sempre nel campo dei cannabinoidi, e che produce e commercializza kit per i test chimici per le certificazioni di qualità nella produzione di cannabis “legale” attraverso protocolli che utilizzano tecniche di analisi cromotografiche su strato sottile e liquidi di sviluppo in maniera da discriminare i sei principali cannabinoidi presenti nella cannabis. Insomma un business a tutto tondo che controlla i vari aspetti del settore oggi in assoluto in più rapida evoluzione e con una crescita attesa a sei cifre.