I conti di Renzi in odore di “spazzatura”: ecco cosa rischiano i nostri risparmi

Il tanfo della spazzatura si inizia ad avvertire anche dalle finestre di Palazzo Chigi. I conti di Renzi non piacciono ai ragionieri di bocca buona, quelli che non si fidano dei suoi annunci. Fino a qualche mese fa le agenzie di rating erano autorevolissime e ogni qualvolta declassavano i conti italiani, com’è avvenuto frequentemente negli ultimi anni, era tutto un fiorire di allarmismi, indignazioni, mobilitazioni di tecnici ed economisti che ci prefiguravano un futuro da clochard con i nostri titoli pronti a trasformarsi magicamente in carta straccia. Oggi quel cassonetto dei rifiuti è vicinissimo ma al governo c’è Renzi, quell’ennesima bocciatura arrivata ieri dall’agenzia Standard & Poor’s viene trattata dai media come fosse un buffetto goliardico al premier con un invito, neanche troppo pressante, a fare le riforme e a ridurre il debito. Invece è uno schiaffone in faccia senza precedenti. Ci fossero stati al governo Berlusconi, Monti o Letta, a quest’ora forse saremmo con le file alle banche di gente che corre a ritirare i risparmi di una vita, allarmati da giornali, politici e speculatori pronti a cavalcare le difficoltà finanziarie italiane. Sia chiaro, al momento il pericolo di un default è lontano, ma fa paura quella improvvisa tendenza a mininizzare: “tanto tra poco variamo il Jobs Act, tanto stiamo per appravare l’Italicum, tanto ci sono gli 80 euro…”. Acqua fresca, per i mercati. Ma qui da noi la prima pagina le conquistano solo le promesse. È la stampa renziana, bellezza, direbbe Humphrey Bogart se fossimo a Casablanca.

Uno schiaffone che fa male

Quello di Standard & Poor’s è uno schiaffo che fa male, perché il downgrade – il declassamento del livello di affidabilità italiano –  deciso dall’agenzia finanziaria statunitense porta il rating del nostro Paese quasi al livello “spazzatura”: BBB- da BBB. Solo un gradino più in alto del livello “junk”, quello che in italiano si traduce con “spazzatura”. L’outlook sulle prospettive economiche è invece “stabile” ma è una magra consolazione. Il verdetto di ieri sera, se da un lato fa rabbia per l’arroganza di certe valutazioni delle agenzie di rating (finite sotto inchiesta della procura di Trani), dall’altro deve farci riflettere sul modo in cui il governo affronta questa bocciatura. «Non è una bocciatura del Jobs Actı, si appresta a commentare Palazzo Chigi, ci dicono che le riforme vanno bene, ma che bisogna andare più veloci, che ci sono elementi buoni nelle riforme ma non tali da compensare il debito e risvegliare a breve l’economia». Contenti loro.

Il buco nero del debito pubblico

Standard & Poor’s spiega come a pesare sulla sua decisione sia stato un mix di preoccupazioni tra una crescita molto basa e un debito pubblico ancora enorme. «Secondo i nostri criteri – scrivono gli analisti dell’agenzia – un forte aumento del debito, accompagnato da una crescita perennemente debole e da una bassa competitività non è compatibile con un rating BBB». E sulle riforme lo scetticismo è forte. «Prendiamo atto che il premier Renzi ha fatto passi avanti col Jobs Act», si spiega nel rapporto di S&P, “ma crediamo che le misure previste creeranno occupazione nel breve termine e i decreti attuativi” della riforma – si aggiunge – potrebbero essere ammorbiditi”.

Cos’è un titolo “spazzatura”

Li chiamano “junk bond” e sono quei titoli pubblici o privati che hanno un rendimento altissimo grazie a un gradi di affidabilità molto basso. Non è ancora il caso, per fortuna, dei bond italiani, quelli che lo Stato emette per finanziare la spesa corrente. Grecia e Cipro sono già nel “cassonetto”, l’Italia li sta avvicinando come livello di rischio. Ecco perché quasi ogni settimana il governatore della Bce Mario Draghi è costretto a promettere ai mercati “operazioni non convenzionali” per sostenere il debito dei paesi in difficoltà.

Le consguenze del declassamento

L’Italia ha il peggior debito dell’eurozona, il 106 per cento del  pil, in valore assoluto oltre i 1.400 miliardi di euro- Molti altri paesi sono messi peggio di noi quanto a deficit,  Francia e Germania in testa, ma hanno debiti intorno al 60 per cento del  pil. Ecco perché il declassamento dei titoli italiani porta delle immediate conseguenze sugli interessi che tutti noi paghiamo, direttamente o indirettamente, grazie alla cinghia di trasmissione dei titoli emessi da enti o aziende pubbliche. A cominciare dalla Cassa depositi e prestiti che finanzia i  nostri enti pubblici e le aziende controllate, che a lor volta saranno costrette a rivalersi, per il surplus pagato, sui servizi forniti ai cittadini, o tagliandoli o aumentandone i costi. Anche le banche, agganciate allo spread (per fortuna molto basso) ma soggette alle oscillazioni dell’economia nazionale, scaricano spesso i costi delle incertezze dei mercati proprio sui risparmiatori, avendo in portafoglio grandi quantià di titoli pubblici italiani, che dopo una bocciatira come questa perdono immediatamente valore. E i risparmi? Per ora sono sicuri. Ma l’ottimismo avventuriero di Renzi nøn farebbe stare traquilli neanche i lingotti del caveau della Banca d’Italia.