Scontri alla Scala: ogni anno è la stessa storia. Ma nessuno interviene

Come ogni anno, all’indomani degli scontri che caratterizzano ritualmente ormai da tempo la serata di gala della prima della Scala, ci si interroga con rinnovato sconcerto e verginale stupore sul perché e, soprattutto, sul come, sia possibile che una delle manifestazioni che più lustro –  e ritorno economico – dovrebbero portare al Paese venga funestata puntualmente dalla solita, stanca recriminazione facinorosa. Quella che demagogicamente inneggia all’odio di classe e al malcoltento popolare, in nome di stereotipati e logori manifesti contro gli sfarzi scaligeri e il tracotante benessere della casta riunita nel segno dell’opera di turno in calendario, e a fronte del malessere diffuso tra la cittadinanza.

Uno stanco rituale di piazza

Così, anche stavolta, perfettamente in linea con il copione della rivendicazione strillata contro la passerella di ospiti vip equamente selezionati tra esponenti della cultura, dello spettacolo e della politica – anche se quest’anno la prima alla Scala del Fidelio, applaudittissima con tanto di standing ovation per il Maestro Barenboim, è rimasta orfana del presidente Napolitiano e del premier Renzi – la coreografia fuori dal palco scaligero ha messo in scena il solito spettacolo: una Milano blindata, con schieramento delle forze dell’ordine da Stato Maggiore (meno di un migliaio, sembrerebbe, gli uomini dispiegati sul campo); cariche di rito, lancio di uova, sassi, bengala e fumogeni multicolor, e il sequestro di una molotov improvvisata. Le trattative per sgomberare la piazza. Le dimostrazioni contro le telecamere e i micorfoni dei media che, ancora una volta, hanno dovuto dividersi spazi e lavoro tra lo spettacolo dentro e quello fuori del teatro milanese, e il solito bilancio di feriti, quest’anno limitato a tre contusi tra i manifestanti e a due tra i carabinieri, e che non ha registrato nessun arresto.

La domanda non dovrebbe essere più perchè? Ma, ancora?

Dunque, quest’anno persino le cifre del day after tradiscono la stanchezza per questa abituale manifestazione, rinvigorita solo dagli interrogativi a sproposito del giorno dopo. La domanda, infatti, non dovrebbe più essere perché? Ma, ancora? E più che arrovellarsi sul come mai la prima scaligera sia ogni volta funestata dagli scontri e dalle polemiche, sarebbe il caso di chiedersi, a questo punto, come mai venga puntalmente autorizzato questo stanco rituale provocatorio. O piuttosto, come sia possibile che i manifestanti riescano, ogni anno, nonostante cordoni e divieti, a spingersi fino al tempio milanese della musica, senza che nessuno pensi di fermarli prima. Senza che nessuno riesca a rubargli la scena, neppure artisti dii fama mondiale al lavoro su altri scenari, e con altre scalette, a poca distanza dagli scontri.