Schettino torna in aula e si difende: l’inchino non fu per Domnica

Questa udienza del processo sul naufragio della Costa Concordia era attesa da molti. Soprattutto dall‘imputato del procedimento, Francesco Schettino, arrivato in mattinata a Grosseto per rispondere alle domande dell’accusa. E il pm Alessandro Leopizzi rompe subito gli indugi ed entra nel vivo, e il comandante – abito di grisaglia e occhiali scuri – replica con tranquillità e fermezza, non prima di aver chiesto di non essere ripreso in video durante la deposizione. Uno stato d’animo, il suo, anticipato già all’arrivo al Teatro Moderno di Grosseto dai difensori di Schettino, solerti nel ribadire alla folla di curiosi e giornalisti che «il comandante è tranquillo».

Ecco i perché dell’inchino

E allora, l’esame dell’imputato parte proprio dagli interrogativi di quel maledetto inchino. «L’avvicinamento all’isola favorisce l’aspetto commerciale», anche per questo venne deciso di accostare la Concordia all’isola del Giglio: è stata questa una delle prime risposte date dal comandante al pubblico ministero, che ha incalzato l’imputato chiedendogli spiegazioni su come venne deciso e gestito l’avvicinamento alla costa, deviando dalla rotta formalmente comunicata alla compagnia. «Nelle varie probabilità la navigazione sotto costa si è sempre effettuata e il comandante della nave ha la facoltà di tracciare la rotta, ma non ha nessun obbligo di informare l’armatore», ha risposto Schettino che poi ha anche aggiunto a stretto giro: «In questo caso, non essendo pianificata la navigazione turistica», come potrebbe essere in un golfo, magari prevedendo anche una sosta, «ma trattandosi di un’accostata, non ho avvisato nessuno».

L’avvicinamento non fu un favore

Poi la risposta più attesa: «Non l’ho fatto per fare un favore alla Cemortan», ha liquidato la questione su cui molto si è dibattuto su stampa e in tv, ammettendo semmai che il motivo dell’avvicinamento al Giglio non rispondeva al desiderio di fare colpo sulla hostess e ballerina moldava, ma che i contatti con il comandante in pensione Mario Palombo, che spesso soggiorna sull’isola, e la richiesta del maitre Antonello Tievoli lo indussero in realtà a decidere per l’inchino. In sintesi, ha spiegato l’imputato, «volevo prendere tre piccioni con una fava»: fare un piacere a Tievoli, «omaggiare l’isola e Palombo» e «dare un valore aggiunto all’aspetto commerciale della crociera». Dunque, Schettino non sarebbe stato distratto nell’imminenza dell’impatto della Costa Concordia con gli scogli, semmai, si è giustificato il comandante nel corso dell’interrogatorio odierno, è stato «tratto in inganno dal mutismo generale in plancia di comando». «O siamo dei kamikaze, o avevano tutti paura di parlare, o un ufficiale mi ha detto una bugia e la carta nautica era sbagliata. Oppure avevamo preso un sottomarino»: così si è difeso Schettino ricostruendo le tappe di quella tragica serata del 13 gennaio del 2012 di cui, nel corso dell’udienza odierna, il comandandante ha messo in luce errori e omissioni degli ufficiali in plancia durante la manovra. Una manovra, questo è certo, costata la vita a 32 persone.