Renzi vuole un “nuovo Pertini”. Ma il partigiano non fu il presidente di tutti

«Servirebbe, in questo, momento di crisi, un nuovo Pertini». Matteo Renzi cammina a ritroso e smentendo la sua fama di rottamatore guarda al passato per tentare di ricomporre il complicato puzzle del prossimo gennaio. A metà mese Napolitano lascerà il Quirinale e a quel punto si avvierà la uostra della sostituzione. E dal premier che ha fatto del ritmo incalzante un tratto costitutivo della propria leadership, era lecito attendersi una decisa proiezione verso il futuro piuttosto che malincono ripiegamento verso il passato.

Con Pertini al Colle il presidente non fu più “notaio”

Certo, a suo modo, anche Sandro Pertini fu una pop-star nel grigiore complessivo della politica nazionale di allora. Riuscì persino ad interpretare l’antipolitica strisciante di quel tempo. Ne diede prova il 23 novembre 1980, quando Pertini sferzò il governo (Forlani) denunciandone la lentezza nei soccorsi alle popolazioni di Campania e Basilicata inghiottite da un terremoto dvastante. Se il capo dello Stato non è più solo un “notaio” delle decisioni del Parlamento, lo si deve soprattutto a lui. Fu capace anche di un gesto di coraggio non conformista quando, nel febbraio del 1983, si recò al capezzale dell’agonizzante Paolo Di Nella, giovane militante romano del Fronte della Gioventù, morto a seguito delle sprangate ricevute mentre attaccava manifesti in favore dell’acquisizione di Villa Chigi al patrimonio pubblico. Un gesto tanto più apprezzato perché inatteso.

Con la piazza impedì al Msi di celebrare il congresso Genova nel 1960

Già, perché Pertini fu un politico che non volle mai concedere nulla alle ragioni dei “vinti” della sciagurata guerra civile. Antifascista coerente, rimase prigioniero della retorica “resistenzialista” senza mai alzare lo sguardo sui guasti che l’occupazione partitocratica dello Stato – che proprio da quella retorica era alimentata – stava cominciando ad evidenziare. L’antico partigiano rimase tale per tutta la vita. E nell’accezione propria del termine, cioè uomo di parte. Con onestà e con fermezza ma anche con risentimento e senso di rivalsa. Il 28 giugno del ’60 parla a Genova, piazza della Vittoria, dove arringa la folla contro il congresso del Msi, che proprio in quella città dovrà essere celebrato. È il segnale: il 30 cominciano scontri violentissimi tra forze dell’ordine e manifestanti che insanguineranno mezza Italia. Di quel discorso è utile riportare qualche brano: «…Ogni atto, ogni manifestazione, ogni iniziativa, di quel movimento (il Msi, ndr) è una chiara esaltazione del fascismo e poiché il fascismo, in ogni sua forma, è considerato reato dalla Costituzione, l’attività dei missini si traduce in una continua e perseguibile apologia di reato». In nome della Resistenza, quel congresso non fu più celebrato. E quella data segnò lo spartiacque che legittimò la totale discriminazione di un partito votato da milioni di italiani. Ma fu anche l’avvio di una stagione di odi culminati nella guerra civile strisciante degli anni ’70, di cui Di Nella fu una delle ultime vittime. E chissà se, vedendolo agonizzante in un letto d’ospedale, Pertini non abbia ripensato a quel suo comizio di tanti anni prima.