Ecco che cosa può insegnarci tutta la vicenda di “Mafia Capitale”

Faccio una premessa, per i più superflua, ma necessaria per i “rivoluzionari da tastiera” cui pruderanno i polpastrelli per la voglia di controbattermi con una bella sbrodolata di demagogia populista: tutti quelli che risulteranno colpevoli delle porcate emerse dall’indagine su Roma, dovranno pagare – col danaro e con la galera – indipendentemente dalla loro appartenenza politica. Lo affermo con la consapevolezza che l’erba cattiva debba essere estirpata, e che troppa buona politica sia ogni giorno quotidianamente parificata al malaffare per l’impossibilità di rispondere – con i fatti – al vento mediatico che vuole che tutti siano ladri. Personalmente mi è capitato di amministrare, per 13 anni, in qualità di assessore della Regione più ricca d’Italia, avendo la responsabilità di bilanci importanti (infrastrutture, trasporti, industria) senza che mai il mio nome sia stato neanche lontanamente accostato a sospetti o a episodi poco commendevoli. So di parlare spesso un linguaggio “duro e crudo”, e questo mi porta qualche simpatia e molti odii. Ma nessuno, anche tra gli avversari più agguerriti, ha mai potuto mettere in dubbio la trasparenza dei miei comportamenti.

Ci siamo messi ipocritamente l’animo in pace

Ciò detto per quietare gli animi sensibili, approfitto della vicenda sul cui merito non mi interessa spendere una parola più delle troppe che sono state scritte, per affrontare un tema che – un po’ vigliaccamente – tutti stanno sfuggendo. Perché al netto dei tanti “mariuoli” che cercano di distrarre risorse pubbliche facendo uso personale di ruoli e conoscenze, temo che ci dovremo abituare a “scoprire” con crescente frequenza episodi in cui le relazioni tra imprese e portatori di interesse da un lato ed esponenti politici dall’altro, si traduce in un inconfessabile scambio di favori tra i primi che erogano finanziamenti e i secondi che garantiscono accesso privilegiato a bandi e commesse di varia natura. È la fine che ci siamo costruiti, per il vecchio vezzo italico di non conoscere mezze misure. Per affrontare il tema dei troppi danari annualmente destinati alla politica, siamo arrivati al totale azzeramento dei fondi pubblici ai partiti. Ci siamo messi, ipocritamente, l’animo in pace, simulando un apparente virtuosismo che strizza l’occhio al puritanesimo dei paesi anglosassoni, ove tuttavia esiste una consolidata disciplina in materia di lobby e pubblicità dei finanziamenti alla politica. Peccato che da noi qualunque relazione sia guardata con sospetto, e che la nostra legge non preveda nemmeno il riconoscimento dell’attività di lobbying.

L’altra faccia della medaglia

Eppure, non vi è chi non sappia che un movimento politico, e più ancora il singolo candidato, per ottenere i voti deve farsi conoscere. E questo comporta la necessità di ampi investimenti, per l’affitto di sale, l’organizzazione di riunioni e convegni pubblici, la campagna informativa a mezzo stampa o televisione, il ricorso a collaboratori, la stampa di materiale propagandistico, le affissioni e quant’altro. Tutto ciò, per non prenderci in giro, costa nella gran parte dei casi assai più di quanto il politico possa conseguire a titolo di indennità per tutta la durata del suo mandato (ammesso peraltro che riesca ad essere eletto). Questo significa che, nel sistema dato, potrà praticare la politica solo chi sarà dotato di patrimonio personale tale da poterlo fare anche in perdita; quando anche si credesse all’esistenza di novelli Franceschi d’Assisi (ed io non sono tra questi), rilevo come una simile strutturazione contrasti con l’idea di partecipazione paritaria come prima e fondamentale garanzia di terzietà della politica.
Resta allora l’altra faccia della medaglia, ovvero il sistema occulto di finanziamento illegale per cui chi necessita di percorsi privilegiati, metterà in conto di usare la debolezza strutturale dell’interlocutore che ti può creare il vantaggio, fornendogli le risorse per gareggiare ed affermarsi.

La competizione politica “dopata”

Ciò finirà per moltiplicare gli episodi di malaffare, ed anche per dopare in via definitiva la competizione politica, giacché chi si troverà in posizioni di governo avrà la possibilità – garantendo favori – di ricorrere ad “aiuti” inarrivabili a chi – stando all’opposizione – non avrà nulla da offrire. E il circolo vizioso farà sì che, in un mondo necessariamente votato al compromesso, più facile se non scontata sia l’infiltrazione di soggetti che utilizzeranno gli stessi canali per il proprio personale arricchimento. Ciò che visibilmente è accaduto a Roma e sta tuttora accadendo in chissà quanti altri casi. Non so in che percentuale le due modalità di raccolta di danaro illecito compongano la vicenda che sta emergendo dall’indagine capitolina, ma non vi è dubbio che l’uno e l’altro sistema stiano facendo emergere protagonisti eterogeneamente rappresentativi delle diverse posizioni politiche.

Nessun vento populista mi convincerà

Io credo quindi, in controtendenza con ciò che alla gente piace sentirsi dire, che la politica debba disporre di dotazioni finanziarie pubbliche sia pure correttamente ridimensionate e sottoposte a controlli e certificazioni di corretto utilizzo; è il costo della democrazia. Così come penso che chi svolge un ruolo politico debba essere pagato in misura tale da renderne ingiustificabile la ricerca di altro denaro e da poter sopperire alla rinuncia ad altre entrate di cui potrebbe disporre se non si occupasse della cosa pubblica; dopodiché chi viene sorpreso a compiere illeciti deve essere spedito direttamente in galera ed essere privato del diritto a sconti di pena, prescrizioni, indulti ed amnistie.
Nessun vento populista o – peggio – giustizialista, mi convincerà che sia giusto chiedere al sindaco di una grande metropoli di affrontare una campagna elettorale onerosissima, assumere responsabilità civili e penali su ogni tipo di circostanza, dedicare interamente la propria vita per 5 anni alla cosa pubblica, affrontare con l’obiettivo di tutelare il bene comune interlocutori che hanno interessi miliardari, per una indennità di poche migliaia di euro. A meno che non si decida che i sindaci si chiamino Agnelli, De Benedetti, Della Valle, Barilla ecc.. (ed anche in questo caso si tratterebbe di capire se a questi la cosa potrebbe interessare). Pensare che la politica si possa improvvisamente fare senza soldi, perché lo si è scritto in una legge dettata dall’anelito forcaiolo della piazza, non è da ingenui. È da correi del sistema.