Pochi lavorano e pochi si sposano: ecco l’Italia del centrosinistra

Nel 2013 quasi mezzo milione in meno di occupati rispetto al 2012. E’ impietosa la fotografia del nostro Paese secondo l’Istat. Una doccia fredda per Renzi. L’Istituto nazionale di statistica non lascia spazio a dubbi. Sono esattamente 478 mila in meno le persone che hanno goduto di un posto di lavoro rispetto all’anno precedente. Sono i segni della crisi profonda che sta attraversando il nostro Paese e dalla quale non si riesce ad uscire. Segnali negativi che si riscontrano un po’ in tutti i settori. Dati che, in alcuni casi, fanno emergere lo spaccato di una società che avverte sempre maggiore disagio e insofferenza. Cambiano le stesse condizioni di vita, si riformulano attese, si spengono speranze. Insomma, quella italiana, statistiche alla mano, appare sempre più una comunità impoverita, spaesata, priva di certezze per il futuro.

Calano i matrimoni

Calano i matrimoni. L’Italia non è un Paese per sposati: a livello internazionale la nuzialità risulta tra le “più basse”. Hanno infatti un quoziente di nuzialità inferiore al nostro (3,5 per mille abitanti nel 2012) “solo”, sottolinea l’Istat nell’Annuario, Portogallo, Bulgaria, Slovenia e Lussemburgo. In decrescita, sia pure di poco, le separazioni legali e i divorzi. Ma si tratta di un rilievo che nasconde, in molti casi, la insuperabilità dei problemi economici che ne scaturiscono. Non ci si separa e si mantiene, spesso, una convivenza difficile  per il solo fatto che non si possono sostenere i costi del divorzio e della separazione.

Meno iscritti all’università

Dati negativi anche sul fronte della formazione. Diminuiscono le iscrizioni all’Università. Nell’anno accademico 2012-2013 solo il 55,7% dei giovani diplomati ha optato per l’università. Erano 72,6% gli immatricolati su 100 diplomati nel 2003-2004. Ad avere il diploma di scuola media superiore sono tre persone su dieci e i laureati sono il 12,3%. Insomma, il livello di istruzione della popolazione italiana è in netto peggioramento. Bisognerebbe investire di più nell’istruzione. Invece, siamo il Paese che nella Ue spende di meno. Siamo fermi al 4,6% del Pil, una percentuale che ci relega in fondo alla classifica dei Paesi europei. Quanto ad invecchiamento della popolazione, ci batte soltanto la Germania. Per quanto concerne la sfiducia verso la politica, stiamo ormai toccando il fondo. Nelle ultime elezioni europee la partecipazione degli italiani al voto ha raggiunto il minimo storico: il 57,2%. Eravamo all’85,7% nel 1979. Nelle politiche del 2013 si è registrato un 72,3%, quando fino allo scoccare degli anni Ottanta la partecipazione al voto per entrambe le Camere si era mantenuta al di sopra della soglia del 90%.