La faccia feroce di Renzi contro la corruzione è utile ma non sufficiente

Matteo Renzi fa la faccia feroce contro la corruzione. Le misure annunciate con solito clamore mediatico (inasprimento delle pene, confisca dei beni, restituzione del maltolto, allungamento della prescrizione) sembrano andare nella giusta direzione. Lo diciamo senza riserve. Al netto della malcelata necessità di tamponare le falle che l’inchiesta romana ha aperto nel mondo della cooperazione da sempre targata sinistra, le sue parole vanno accolte come un segnale positivo. C’è l’intenzione di non arrendersi al marciume, di reagire, di mettere in campo quella idea di fermezza, di ordine, di legalità e di giustizia nella pubblica amministrazione e nel rapporto partiti-istituzioni, per la quale ci siamo sempre battuti e continueremo sempre a batterci. Ricordiamo il tempo in cui l’indimenticabile leader della destra , Giorgio Almirante, evocava la figura dei carabinieri cui assimilare il comportamento degli amministratori pubblici missini nelle assemblee elettive. Era una idea di moralità e di etica pubblica, tanto più necessaria in chi era chiamato a ricoprire ruoli di rappresentanza e di governo.

Alle parole seguano i fatti

Se alle parole di Renzi seguiranno i fatti, forti di quegli insegnamenti, non potrà esserci altro che il nostro plauso. Con altrettanta franchezza, va detto però che da sole quelle misure saranno poca cosa se non accompagnate da una attenta lettura delle condizioni in cui, nel tempo, si è trovata ad operare la pubblica amministrazione. Se non si alza il velo sulle cause, al di là della natura delinquenziale di alcuni protagonisti del sistema corruttivo romano, che hanno reso possibile, come ha sottolineato Sabino Cassese sul Corriere della Sera, “un così esteso e multipartitico sistema corruttivo, che ha coinvolto la gestione dei campi profughi, l’assistenza agli immigrati, l’agenzia per le case popolari, la manutenzione delle piste ciclabili e delle aree verdi, i servizi di igiene urbana, la raccolta differenziata, gli interventi per il maltempo, la gestione delle gare, molti uffici amministrativi”. Se non si parte da qui e non si mette in campo qualcosa di serio e di solido per svolgere una azione preventiva, il fenomeno corruttivo , immancabilmente, si rigenera, magari sotto forme diverse e con sistemi sempre più raffinati.

I limiti del decentramento

Sotto questo profilo ci sarebbero almeno due aspetti da prendere in considerazione. Il primo riguarda la distribuzione dei poteri tra enti e soggetti istituzionali diversi. Di riforma in riforma, con quella schizofrenia tipica del legislatore italiano, accompagnata da una scarsa  qualità legislativa nel varo delle norme e nella definizione degli assetti istituzionali, si è favorita una ramificazione eccessiva e fuorviante dei poteri in campo. Il decentramento, da elemento di razionalizzazione del sistema, si è trasformato in un groviglio confuso di funzioni, attività e procedure che ha reso sempre più autoreferenziale e permeabile il potere dei mandarini della burocrazia. L’assenza di controlli interni sugli atti amministrativi (dalle riforme Bassanini in poi), ormai al di fuori di quell’elemento di terzietà che è la base per renderli efficaci e pregnanti, ha fatto il resto. Il secondo aspetto riguarda, poi, la commistione sempre più marcata tra pubblico e privato. Molti dei servizi resi in passato in maniera esclusiva dalla pubblica amministrazione vengono ormai appaltati e gestiti all’esterno, anche quando non se ne ravvisi la necessità. Aver smantellato il presidio pubblico non è servito a garantire maggior trasparenza, né ha portato un freno all’aumento della spesa in capo alle amministrazioni locali. Per non parlare della mancanza di selezione delle classi dirigenti, una volta annullati i partiti e svilita la politica, per responsabilità, va detto chiaramente, proprio degli stessi partiti e per quella illusione di affidare la politica, anche nella articolazione dei governi locali (ma non solo quelli), a leadership personalizzate e a uomini e donne scarsamente competenti, se non del tutto ignari di che cosa significhi amministrare. Se non si parte da queste riflessioni e non si mettono in campo le necessarie correzioni, colpire i corrotti e chi corrompe è certamente  cosa utile e necessaria, ma non sufficiente.