Il Pd romano è una mela marcia: da Di Stefano a Coratti, ecco gli indagati

C’è chi dice che è la vera foto di famiglia del Pd romano. Chi ne rimarca l’aspetto mediaticamente consociativo, rafforzato dall’immagine complessiva: tutti intorno a un tavolo da pranzo, i resti del cibo ancora sulla tovaglia, i bicchieri mezzi vuoti. Di certo è una foto micidiale, un flash che racconta molto di più di quanto raccontano gli stralci delle intercettazioni. Era il 2010 e intorno a quel tavolo, faccia dopo faccia, c’erano già buona parte dei nomi che avrebbero popolato i verbali dell’inchiesta sulla mafia Capitale. Qualcuno arrestato, altri ancora a piede libero. Ancora per quanto? La sensazione è che il diluvio non sia finito. E, per questo, Matteo Renzi s’è sbrigato a mettere nelle mani del presidente del Pd, Matteo Orfini, quello che resta dell’imbarazzante Pd romano spazzolato dall’inchiesta della Procura capitolina per questa storiaccia di mafia e appalti. Appalti soprattutto sugli immigrati sugli zingari, sul sociale, sui lavori socialmente utili, sulle cooperative, sui detenuti. Cioè i gioiellini di famiglia della sinistra.
Se si affonda nei ricordi della sinistra capitolina, regnante Rutelli o Veltroni, poco importa, il leit motiv era sempre quello, questa “carità” che ora si scopre improvvisamente pelosa.  «Gli immigrati rendono più della droga», si accalora con particolare esaltazione nel corso di una conversazione intercettata e cristallizzata dai Ros, il presidente della cooperativa 29 giugno, Salvatore Buzzi, ras delle coop sociali che sugli zingari e sugli immigrati ci viveva e anche bene. Quaranta milioni di euro di fatturato. Tanto valeva quella carità pelosa sbandierata da sempre dalla sinistra romana. Ai tempi di Veltroni come ai tempi di Rutelli. In quella foto micidiale si fronteggiano, a tavola, Salvatore Buzzi, considerato dagli inquirenti e dagli investigatori il sodale di Massimo Carminati, e Giuliano Poletti, oggi ministro del Lavoro del governo Renzi e allora presidente della Lega delle Cooperative.

Le famiglie del Pd romano e i Casamonica

Un gigante, la Legacoop, che c’ha preso gusto a mettere le mani dovunque c’è da guadagnare, pure su immigrati e zingari. Ora Poletti prende le distanze da quella foto di famiglia che lo vede fra l’ex-Ad di AmaFranco Panzironi e l’ex-Ad di Eur SpaRiccardo Mancini, due degli arrestati, seduto proprio di fronte a Salvatore Buzzi: «lo conoscevo in quanto presidente o vicepresidente della più importante cooperativa sociale di Roma. E’ ovvio che sia andato alla sua assemblea di bilancio e che abbia partecipato a delle sue iniziative. Ma la cosa è nata e finita lì. Buzzi non è una persona che ho frequentato in altre occasioni. Allora ero il presidente della Lega delle cooperative e se fai il presidente delle Coop o di Confindustria e della Confartigianato o di qualsiasi associazione di qualche rilievo, è ovvio che partecipi a tante iniziative e incontri tante persone». Più in là, nella foto, c’è un altro nome eccellente dell’inchiesta. Quel Daniele Ozzimo, dimissionario assessore alla casa della giunta di Ignazio Marino, anche lui indagato. A fianco c’è un’altra famiglia del Pd romano che conta: Angiolo Marroni e Umberto Marroni, padre e figlio. Anche il nome di Umberto è entrato nell’inchiesta per via di un’intercettazione nella quale Buzzi si esalta: «Noi, oggi alle cinque lanciamo Marroni alle primarie per sindaco…».
Dietro, nella famosa foto, a far cucù, per somma disgrazia, c’è perfino un omone, faccia e stazza da pugile, che i più fisionomisti riconoscono come il pluripregiudicato Luciano Casamonica, altra “famiglia” di grido della piazza romana. Quando si dice la concorrenza. O, come direbb l’ex-manager di Eur Spa, Riccardo Mancini, i competitor.
Insomma, come sta la sinistra romana dopo questa sventagliata? Non bene. Come diceva Woody Allen, «Dio è morto, Marx è morto e anche io non mi sento tanto bene».
Il commissariamento deciso da Renzi dovrebbe rimettere le cose a posto. Ma è come svuotare il mare con un cucchiaino.

Il caso Di Stefano e l’inchiesta Mondo di mezzo

«Il commissariamento è un segnale molto chiaro all’opinione pubblica e ai nostri militanti della volontà di voltare pagina», spiega la strategia il vicesegretario Pd Lorenzo Guerini. «Cambiamo passo. Fatti di questo tipo – ragiona il numero due del Pd – ci dicono che dobbiamo avere molta, molta attenzione sui comportamenti ma anche nella selezione dei nostri rappresentanti. Il Pd non è però quello che emerge dalle notizie di questi giorni. E’ necessario distinguere il buono dal cattivo, non fare di tutta l’erba un fasci». Giusto. Ma il confine non sembra così netto. Prendiamo il caso di Marco Di Stefano, il deputato Pd indagato per corruzione, falso, turbativa d’asta, truffa e abuso d’ufficio e accusato di aver preso una tangente per favorire l’affitto di un palazzo dei costruttori romani Pulcini a “Lazio Service“, una delle società di scopo della Regione Lazio. Sembrava circoscritta lì. E invece è venuto fuori che ridistribuiva i soldi a destra e a manca.
Anche le inchieste sembano osmotiche, collegate l’una all’altra secondo logiche di compensazione. L’ultima volta che lo hanno interrogato, Di Stefano si è presentato alla Procura di Roma senza uno dei suoi avvocati di fiducia, Pierpaolo Dell’Anno, difensore anche dell’ex-Ad di Eur Spa, Riccardo Mancini. Motivo? Dell’Anno era impicciato con i carabinieri del Ros, spediti sempre dalla Procura, che gli stavano rovistando lo studio e che gli hanno presentato un avviso di garanzia contestandogli il 416bis. Anche lui indagato nell’ambito dell’inchiesta “Mondo di mezzo” che ha travolto il Pd romano. La sensazione è che non finirà presto questo terremoto politico-giudiziario. E finchè non è finito, Matteo Orfini non può mettere le mani su nulla. C’è il rischio di non distinguere il buono dal cattivo. E di ritrovarsi entro qualche giorno i nuovi uomini indagati.

«Oh me so comprato Mirko Coratti!»

Altro indagato di lusso del Pd romano è Mirko Coratti. Un nome di peso dell’establishment dem della Capitale. Presidente dell’Assemblea capitolina, Coratti si presenta così: «Ero molto giovane quando ho sentito per la prima volta il desiderio di occuparmi del mio territorio dove ero cresciuto…Mio padre aveva trasferito nella mia educazione un forte senso civico di impegno e di coscienza nei confronti della mia città…Molto presto mi resi conto che volevo lavorare per il bene comune…».
Le intercettazioni dei Ros restituiscono un quadretto spietato e un po’ diverso: «Ohh ma che..me so’ comprato Coratti» esclama il manager della 29 giugno, Salvatore Buzzi al telefono con Carminati. Stessa storia per il consigliere regionale del pd romano, Eugenio Patanè. Che bussa a soldi. E riceve 10.000 euro. Meno di quelli che sperava di avere.
D’altra parte il sistema è quello. Ben spiegato in un’intercettazione da Salvatore Buzzi: «La cooperativa campa di politica. Finanzio giornali, faccio pubblicità, finanzio eventi, pago segretaria, cena, manifesti, lunedì c’ho una cena da 20 mila euro pensa… Questo è il momento che paghi di più perché ci stanno le elezioni comunali, poi per cinque anni… Mentre i miei poi non li paghi più, quell’altri li paghi sempre a percentuale su quello che te fanno. Questo è il momento che pago di più…». E subito dopo: «Mò c’ho quattro cavalli che corrono… col Pd, poi con la Pdl ce ne ho tre, e con Marchini c’è… c’ho rapporti con Luca (Odevaine, ex-capo della segreteria di Veltroni) quindi va bene lo stesso… Lo sai a Luca quanto do? Cinquemila euro al mese… Un altro che mi tiene i rapporti con Zingaretti (presidente della Regione Lazio, ndr) 2.500 al mese… Mo’ pure le elezioni… Siamo messi bene perché Marino siamo coperti, Alemanno coperti e con Marchini c’ho… Luca che… piglia i soldi».